martedì 18 maggio 2010

DEDICA


One sunny morning we'll rise, I know,
and I'll meet you further on up the road.

In un mattino di sole ci alzeremo, lo so,
e vi ritroverò più avanti, sulla strada.


RINGRAZIAMENTI

È finita, e non c’è molto altro da dire. Mi piace l’idea che gli ultimi post di questo blog siano per segnalare l’inizio di un’altra serie a fumetti e un altro blog, come a sottolineare che per ogni viaggio che finisce un altro comincia.

Il blog resta on line, comunque. Spero che voi che avete seguito la Lincoln dei Donati fino alla fine non siate gli ultimi a leggere la serie. E il blog può costituire una sorta di Caravan companion per i lettori che verranno.

Ma prima dell’ultimo post, quello che “sigillerà” il blog, lasciatemi ringraziare chi di dovere.

Una serie a fumetti, anche la più personale, è frutto di un lavoro collettivo. Grazie quindi a tutti i disegnatori, le letteriste, i redattori, i grafici, i supervisori. E ovviamente grazie all’editore, che ha dato fiducia a una serie così particolare e insolita per la casa editrice.

Grazie per i preziosi consigli e l’incoraggiamento agli amici e ai colleghi, e alla mia prima stella a destra verso il mattino, mia moglie Lucia.

E infine, grazie a voi che che avete animato questo blog, ai lettori della pagina di Caravan su Facebook, e a tutti quelli che hanno seguito silenziosamente, mese dopo mese, il viaggio della carovana.

Arrivederci al prossimo viaggio.

lunedì 17 maggio 2010

LO SHOW FINISCE QUA




Lo show finisce qua
un altro istante e poi
l'ultimo faro spento
riaccende i sogni tuoi.

La favola è finita,
"c'era una volta", ed ora
resta la fantasia
che va con te.

Che va con te...

Che va con te...

giovedì 13 maggio 2010

AD UN TRATTO ECHEGGIO' UNO SPARO

Molti anni fa, quando ancora avevo tempo per leggere i soggetti che ci venivano proposti, mi capitò di leggere un soggetto per Nathan Never, scritto da una coppia di autori. Cominciai a leggerlo scetticamente - di proposte ce ne arrivavano a pacchi - e dopo poche righe mi trovai a divorarlo per vedere dove andava a parare. Finito, dissi ad Antonio Serra: "Ma sai che questi due sono proprio bravi?"

"Questi due" erano Stefano Piani e Alberto Ostini, e il soggetto sarebbe diventato un'ottima storia disegnata da Roberto De Angelis, dal titolo Bauhaus Killer.

In seguito, Piani e Ostini hanno scritto ancora, sia in coppia che singolarmente. Diversi come il giorno e la notte, e quindi perfettamente complementari.

Ora Stefano - autore di un numero impressionante di storie per Nathan Never, Legs e Nick Raider - si è lanciato nella blogosfera. "Ad un tratto echeggiò uno sparo" è il nome che ha dato al suo blog.

Ve lo consiglio, perché non è il solito blog fumettoso. Da diversi anni Stefano ha diradato i suoi impegni nel fumetto e lavora soprattutto per la tivù (Elisa di Rivombrosa, Il commissario Rex, Il mistero del lago). E nei suoi post getta uno sguardo trasversale - e intelligente - su entrambi i media.

mercoledì 12 maggio 2010

HIGHWAY TO HELL

Per una storia che si conclude sulla strada, un’altra sulla strada comincia. Una storia nera, che ha per protagonista il rapinatore Ray Cassidy. C’è di mezzo una rapina dove non tutto va come doveva andare, un patto col Diavolo nelle sembianze di un vecchio bluesman, l’America degli anni settanta. E forse la strada stavolta porta all’inferno.

Testi di Pasquale Ruju, già sceneggiatore per Dylan Dog e creatore di Demian, cover di Alessandro Poli, numero 1 disegnato da Maurizio Di Vincenzo. L’ultimo blues è solo la prima tappa del viaggio…

lunedì 10 maggio 2010

IPSE DIXIT 5

Cosa ci ha fregati? Il benessere. Acqua calda, frigoriferi, frullatori (...) Ci hanno messo la lavatrice, spostato le tante Auschwitz contemporanee dall'altra parte del mondo e alla fine, stringendo, ci hanno bloccato. Chi è che vuole fare la rivoluzione se ha la possibilità di farsi una doccia?

Ascanio Celestini, intervista su Il Fatto a cura di Malcolm Pagani

domenica 9 maggio 2010

TIME OF YOUR LIFE



Per me è questa la canzone che accompagna idealmente le ultime pagine di Caravan.

Good riddance
è stata scritta da Billie Joe Armstrong subito dopo essere stato lasciato da una ragazza. "Riddance" è difficilmente traducibile in italiano. "To get rid of" significa sbarazzarsi, qui nel senso di "lasciarsi tutto alle spalle" per andare avanti.

Letta alla luce dello spunto che l'ha generata, è una canzone dal tono amaro e sarcastico. Ma presa a sè, senza nulla sapere della sua origine, è una bellissima ballata sul tema dell'addio e su una nuova partenza, nella consapevolezza dell'imprevedibilità della vita.

BUONA SBARAZZATA (IL TUO MOMENTO)

Un'altra svolta,
una biforcazione sulla strada.

Il tempo ti afferra per un braccio,
e ti porta lui sulla strada da percorrere.

Così fa' del tuo meglio in questa prova
e non chiedere perché.

Non è una domanda,
ma una lezione che si impara con il tempo.

E' qualcosa di imprevedibile,
ma alla fine è giusto così,
spero che tu abbia vissuto in pieno il tuo momento.

Prendi le fotografie,
e insieme i momenti che vuoi ricordare,
e mettile sulla mensola
per rivederle nei momenti di gioia,

memorie come tatuaggi
torturano la carne,
per quello che vale,
comunque ne è sempre valsa la pena.

E' qualcosa di imprevedibile,
ma alla fine è giusto,
spero che tu abbia vissuto in pieno il tuo momento.

Green Day, Good Riddance (Time of Your Life)

venerdì 7 maggio 2010

I CANCELLI DELL'EDEN



All'alba il mio amore viene da me
e mi racconta dei suoi sogni,
senza neppure provare ad aprire un varco
nelle trincee della loro oscurità.

A volte penso che non esistano parole,
tranne queste, per dire ciò che è vero.

Ma non ci sono verità fuori dai cancelli dell’Eden.

Bob Dylan, Gates of Eden

mercoledì 5 maggio 2010

ENTREVISTA

Vuol dire "intervista" in portoghese, ed è l'intervista al sottoscritto a cura di José Carlos Francisco per il blog portoghese di Tex. Chiacchierata a trecentosessanta gradi su tutto, dagli esordi con Serra e Vigna fino a Caravan.

La versione italiana la trovate a questa pagina.

lunedì 3 maggio 2010

UNA RISATA VI SEPPELLIRA'

Riprendo dal blog di Tito Faraci:

Tanto per cominciare, bollare di insensatezza e mancanza di profondità un fumetto ci sembra bizzarro. Il fumetto è insensato per natura; e, se proprio vogliamo, la sua filosofia consiste nel riflettere il caos del mondo rifuggendo dal rigor di logica.

Alessandra Levantesi Kezich, recensendo il film Iron Man 2

Qua sotto, l'unico commento possibile.

domenica 2 maggio 2010

mercoledì 28 aprile 2010

OOPS, DIMENTICAVO... HOWARD FAST


Ogni tanto, quando mi ricapita sotto gli occhi un albo di Caravan, mi viene in mente qualcosa – uno spunto, un’idea, un riferimento – di cui mi sarebbe piaciuto parlare su questo blog. E che, negli inevitabili intervalli fra un aggiornamento e l’altro, è scivolato via dalla memoria.

Per esempio, nel post sul numero 11 (Rivelazione) mi ero dimenticato di segnalare qual è il racconto di cui Clyde parla a pagina 20 e 21. E' La mano di Howard Fast, letto dal sottoscritto in gioventù su un’antologia di Urania.

Diverse preziose informazioni sul racconto e sull'autore ce la dà Vincenzo Oliva nel suo blog Allontaniamoci da Omelas (caldamente raccomandato non solo agli appassionati di fantascienza, ma anche di letteratura in generale).

Di mio aggiungo che Howard Fast, scomparso nel 2003, è poco noto in Italia, ma è stato uno scrittore e sceneggiatore prolifico e di successo. Si è cimentato in diversi generi, dal romanzo storico al giallo, dalle biografie alla fantascienza. Con lo pseudonimo di E. V. Cunningham ha firmato i romanzi polizieschi che hanno come protagonista il sergente Masao Masuto, poliziotto a Beverly Hills. Diversi film sono stati tratti dai libri di Fast. Il più noto è sicuramente Spartacus diretto da Stanley Kubrick, ma merita una citazione anche Mirage (diretto da Edward Dmytryk e interpretato da Gregory Peck). Come sceneggiatore, Fast ha firmato il film tv 21 ore a Monaco e, secondo diverse fonti, ha scritto vari episodi del celeberrimo Alla conquista del West, telefilm–culto degli anni settanta.

Suo figlio Jonathan Fast, anche lui scrittore, è stato sposato con Erica Jong, nota per il best–seller Paura di volare e assurta al rango di icona femminista negli anni settanta. La figlia dei due, Molly Jong–Fast, è anche lei scrittrice.

mercoledì 21 aprile 2010

SONGS FOR THE ROAD

Quando cominciai a scrivere Caravan mi venne l’idea di introdurre ogni episodio con un verso di una canzone, possibilmente una canzone che avesse come tema la strada o il viaggio. Raccolsi due o tre citazioni, poi lasciai perdere. Nella storia ci sono già diverse citazioni musicali, e non volevo rischiare di appesantire il tutto.

Comunque, nell’ideale colonna sonora di Caravan non potrebbe mancare Springsteen. Se c’è un americano che ha cantato la strada in tutte le sue sfumature è lui, fin dalle prime canzoni. C’è l’imbarazzo della scelta, ma forse le mie preferite sono quelle di Nebraska. Adoro State Trooper, cupa, notturna, e Highway Patrolman, un vero capolavoro.

Decisamente più surreali le canzoni di viaggio di Bob Dylan. Tutti conoscono Highway 61, album seminale della Storia (con la S maiuscola) del rock. Meno noto il blues On the road again (da non confondere con l’omonima canzone dei Canned Heat, rifatta in chiave pop dai Rockets). Anche questa canzone propone una sfilata di personaggi bizzarri, ma qui il tono è di goliardica esuberanza: dal protagonista con le “rane dentro i calzini”, al padre della ragazza che “porta una maschera da Napoleone” fino al “lattaio con la bombetta”.

Desire, uno degli album dylaniani più famosi (per i profani: è quello con Hurricane), contiene due bellissime canzoni “di viaggio”: c’è Romance in Durango, crepuscolare avventura western, famosissima da noi nella versione di Fabrizio De André. E poi c’è One more cup of coffee, che sembra quasi la prosecuzione – molto più matura e suggestiva – della stessa situazione descritta in On the road again. Qui il padre dell’amata non porta una maschera, ma è una figura inquietante: “è un fuorilegge, un vagabondo di mestiere, e ti insegnerà a scegliere e lanciare il coltello”. In ogni caso, tutto quello che ci serve è “ancora una tazza di caffè per andare in fondo alla valle”. Confesso sottovoce che - ehm! - a me piace la versione col sax in uno degli album più detestati dai fans, Live at Budokan. Ma anche la versione aspra proposta dai White Stripes ha un suo fascino. (A proposito degli Stripes, non c'entra col tema del viaggio, ma "ci azzecca" con Caravan: hanno rifatto anche Jolene di Dolly Parton in una straziante versione elettrica quasi "doorsiana". Un po' come ascoltare la dolcissima Diamonds & Rust di Joan Baez nella trascinante versione metallica dei Judas Priest).

Il nome di Tom Waits è legato ad atmosfere notturne e metropolitane, ma anche il buon Tom ha un paio di canzoni "di viaggio" notevoli. Una è Going Out West (da Bone Machine, 1992): "Il mio funzionario della libertà vigilata sarà orgoglioso di me, ho una Oldsmobile dell'88 e un diavolo al guinzaglio". E, andando più indietro, quella che più che una canzone "di viaggio" è una canzone "di partenza" stralunata e surreale: I'll be gone, da Frank's Wild Years: "Berrò l'equivalente di cento naufragi/ stanotte ruberò la tua paga/ dipingerò le lenzuola sul letto/ tutti gli uccelli voleranno via dalla mia testa/ e al mattino me ne sarò andato".

E poi i musicisti cantano anche i loro viaggi “di lavoro”. Quelli delle tournée. Li ha cantati Jackson Browne in The Road (anche questa famosa da noi nella versione di Ron, Una città per cantare). E Paul Simon, almeno due volte: prima in coppia con Garfunkel nella famosa Homeward Bound: “In un tour fatto di serate singole, la giacca e la chitarra in mano, e ogni fermata è programmata per un poeta–one man band”. E anni dopo, da solo, nell’album (e omonimo film) One trick pony canterà di tristi camere di motel e di spiccioli consumati in interurbane, nelle cabine telefoniche dei bar e delle roadhouse.

Mi sono chiesto anche se ci fosse in italiano l'equivalente di certe canzoni. Qualcosa c'è, in effetti. Scavando nel mesozoico o giù di lì ci sarebbe un classico come Ciao amore ciao di Tenco ("la solita strada/ bianca come il sale"...), ma anche Statale 17 di un giovanissimo Guccini. ("Tutta una tirata da Piumazzo a Sant'Anna Pelago", scherza Guccini presentando il pezzo). L'amarissima Scappo di casa di Ivan Graziani. Decisamente più sentimentale Viaggi e miraggi di Francesco De Gregori.

Non manca la sezione "autobiografica" dei musicisti: c'è Sulla strada (perfetto equivalente nostrano di The Road) di Eugenio Finardi (che ha scritto anche Diesel). C'è Bomba o non bomba di un ironico Venditti.

Quanto al grande Fabrizio De André, come al solito fu caustico e controcorrente. L'unico per cui la strada diventò cattiva.

martedì 20 aprile 2010

I SUONI DEL SILENZIO



Esattamente un anno fa, con il post I semi di un’idea, aprivo questo blog. La lavorazione di Caravan era nel pieno del suo corso, con gli ultimi albi ancora da terminare, e l’ultima sceneggiatura completamente da scrivere.

La settimana scorsa, con la revisione del numero 12 e dell’ultima rubrica Sulla strada, la lavorazione di Caravan è terminata. Non c’è una prossima copertina da preparare, né un prossimo riassunto, non ci sono vignette da scegliere per l'anteprima sul sito Bonelli. È finita.

I frutti di quell’idea sono stati raccolti.

È la conclusione di un lungo cammino cominciato esattamente quattro anni fa, con la presentazione del concept della serie.

E dopo l’uscita dell’ultimo episodio, come preannunciato, questo blog chiuderà.

Il mio sito personale non sarà più aggiornato, se non con gli annunci delle uscite dei miei lavori.

In questo ultimo anno sono stato presente in Rete con assiduità. Ho presenziato a diverse fiere. Ho tenuto incontri col pubblico. Ho rilasciato almeno una decina di interviste, praticamente tutte quelle che non avevo rilasciato in vent’anni di attività.

Posso serenamente fermarmi qui.

Che significa la macchina da scrivere qua sotto? Un piccolo pro memoria: un ricordo di quando gli strumenti del fumetto facevano – giustamente – rumore. Più rumore di quel chiacchiericcio di fondo che oggi li sovrasta.

A partire da maggio si torna a lavorare. Come un funambolo del circo, non dentro l’arena, ma sopra. Concentrato, in silenzio. E senza Rete.

mercoledì 14 aprile 2010

"OH-OH-INTERNET, DANNATA INTERNET..."

Commentando il post "ipse dixit 3" si parlava di scrittori e internet. Ecco qualche considerazione interessante nel blog di Sandrone Dazieri. Non che io frema dalla voglia di avere un profilo su Facebook, ma se anche mi balenasse l'idea nell'anticamera del cervello, trovo sempre più motivi per tenerla fuori dalla porta.

Oh-oh-internet, dannata internet
Col motore di ricerca puoi arrivare dappertutto
Anche dove non volevi
W-w-w-w-w dannato www
Se sapevo prima che facevi questi danni
Non nascevo proprio adesso

Elio e Le Storie Tese, Gargaroz

martedì 13 aprile 2010

IPSE DIXIT 4

Lascio che (le mie figlie, ndt) leggano tutto quello che a loro interessa leggere. Se l’argomento è proprio al di là della loro comprensione, si annoiano e smettono. Nell’eventualità che si imbattano in qualcosa che le sconcerta o le turba (e tra parentesi, è più facile che succeda con un quotidiano che con un albo a fumetti) allora faccio del mio meglio per spiegare l’origine del loro disagio o del loro stupore, con tutta l’onestà e la chiarezza di cui sono capace. (…)

La questione della responsabilità individuale è cruciale in questa situazione. Se un genitore non vuole che suo figlio non legga una certa pubblicazione o veda un certo film, allora dovrebbe semplicemente proibirlo, e affrontare le conseguenze che un veto provocherebbe. È un atto di codardia da parte del genitore aspettarsi che autori o editori stabiliscano le sue regole in fatto di morale.

Alan Moore, editoriale sul Comics Buyer Guide, 1987

sabato 10 aprile 2010

CASH FROM CHAOS

Filthy lucre, ain't nothing new
But we all get cash from the chaos

The time is right to do it now
The greatest rock'n'roll swindle
The time is right to do it now

Sporco lucro, non c'è niente di nuovo,
ma tutti quanti facciamo soldi dal caos.

E' il momento giusto per farla, adesso,
la più grande truffa del rock'n'roll,
è il momento giusto per farla, adesso!

Sex Pistols, The great rock'n'roll swindle




Due giorni fa è morto Malcolm McLaren, noto come "l'uomo che inventò i Sex Pistols". Volevo scrivere un pezzo sul fenomeno Pistols, ma mi ha preceduto Alessandro Vicenzi, nel suo blog.

venerdì 9 aprile 2010

LUOGHI COMUNI

“Un grande autore deve essere prima di tutto umile.”

“Per fare questo mestiere è indispensabile la passione.”

“Bisogna sempre mostrare rispetto per il pubblico.”

“In ogni critica, anche la più aspra, può annidarsi una piccola verità.”

“Un genio non è tale se non vi si abbina la sregolatezza.”

“Io, quando scrivo, mi diverto.”

“Il mio rapporto col pubblico è uno scambio di emozioni.”

“Adoro lavorare con i giovani, i giovani vanno sempre incoraggiati.”

“Una critica non ha senso se non è costruttiva.”

“Ti ringrazio per la tua bellissima lettera, sono i lettori come te che danno un senso al mio mestiere.”

lunedì 5 aprile 2010

IPSE DIXIT 3

Gli scrittori sul palco di un festival, almeno per il pubblico in sala, sono perfettamente intercambiabili. Te ne stai là sopra e sai cosa si aspetta la gente da te: ha avuto la generosità di venire a sentire le tue pallose elucubrazioni, talvolta ha persino dovuto pagare il biglietto e ora vuole che tu gli serva qualche proclama imbelle. Pretende accorate predicazioni o generiche denunce. Vogliono che tu gli dica che il solo fatto di leggere qualche libro faccia di te e di loro persone migliori di tutte le altre. Vogliono sentirsi parte di un’élite intellettualmente e moralmente superiore.

Alessandro Piperno, Solitudine, elogio dell'artista nella torre d'avorio

giovedì 1 aprile 2010

QUANDO I LETTORI FANNO "OOH!"

Agli albori di internet seguii per qualche tempo un newsgroup sulla letteratura poliziesca. Finché un giorno non ebbi un’idea infelice: entusiasta di un romanzo che avevo appena letto, scrissi un intervento in cui riassumevo in due righe la trama e lo consigliavo a tutti.

Fui subito ammonito, e in maniera piuttosto brusca, di evitare gli spoiler in futuro. Quali spoiler? –dissi – Non ho rivelato nulla che possa guastare la lettura, ho riportato più o meno le tre righe che sono nel risvolto di copertina.

Mi fu risposto, in tono brusco, che c’è anche qualcuno che preferisce non leggere nemmeno quelle tre righe perché “ama essere sorpreso”. Certo. E allora perché questo qualcuno, quando va al cinema, non si infila nella prima sala che gli capita? Così eviterebbe di spoilerarsi il titolo del film che va a vedere, no?

Chiusi immediatamente col quel newsgroup (e poco dopo, diventato saggio, con qualsiasi newsgroup).

Capisco che non si rivela il finale di un thriller. Ma quando è troppo è troppo. Mi è capitato di andare sul sito di qualche serie tivù americana per capire se avevo perso qualche episodio. Fatica sprecata. Mi sono arreso. Gli americani sono così terrorizzati dagli spoiler che il riassunto di ogni episodio diventa una cosa di questo tipo: “Mentre Jill parla con Ross, Brian incontra una persona. Poco dopo, Henry ha una sorpresa. Nel frattempo, all’ospedale, le cose non sono quello che sembrano, e Susan riceve una telefonata…” È una specie di slalom per evitare qualcosa che potrebbe, forse, in linea teorica, in percentuale uno su un milione, spifferare un dettaglio irrilevante a uno spettatore che invece lo reputa fondamentale, perché “ama essere sorpreso”. Il risultato porta a riassunti deliranti come quello qua sopra.

C’è una pericolosa (e sciocca) filosofia di fondo in tutto questo: la subordinazione di qualsiasi valore narrativo alla “sorpresa”. Come se un film, un libro, un fumetto fossero validi solo se gli spettatori o i lettori fanno “ooh”.

Ma farci fare “ooh” non è l’obiettivo della narrativa. Quello è l’obiettivo dei giochi di prestigio.

Ecco perché posso tranquillamente preannunciarvi che Caravan si concluderà con la fine del mondo, provocata dall’impatto di un asteroide contro la Terra. D’altronde, io lo avevo detto che non era possibile un seguito.

Adesso fate pure “ooh”, e leggetevi rilassati gli ultimi due albi.

lunedì 29 marzo 2010

BEST COVER

Quanto è modesto, questo ragazzo... ma visto che non si decide a dirlo lui, lo dico io... all'ultimo Cartoomics, il nostro Emiliano Mammucari si è aggiudicato il premio PAY 2010, allestito dal sito ayaaak.net, nella categoria miglior copertinista, per il suo lavoro su Caravan. Lo so che sono in conflitto d'interesse, ma dico lo stesso che il riconoscimento è strameritato.

sabato 27 marzo 2010

RIVELAZIONI

Vi rivelo qualcosa che ben pochi sapevano. Ai vecchi tempi vigeva in casa editrice un’implacabile regola redazionale: per ogni albo bisognava proporre almeno quattro o cinque titoli, tra i quali colà dove si puote era scelto il titolo definitivo. Titolo che, almeno nelle intenzioni, doveva essere intrigante, affascinante, evocare mistero e avventura.

Per me le storie avevano un solo titolo: quello che decidevo al momento di cominciare la sceneggiatura e che definiva l’argomento della storia. E confesso che il giochino dei cinque titoli (insieme alla scelta delle vignette di anteprima dell'albo successivo, che potrebbe essere argomento di un prossimo post) mi faceva impazzire.

Il numero 5 di Nathan Never per me era Una ragazza di nome Angel. Fu cambiato nel più evocativo Forza invisibile. L’asettico Sconosciuti diventò Gli occhi di uno sconosciuto. Mi sono sempre rifiutato categoricamente di mettere il punto esclamativo nei titoli, cosa che si usava molto su Zagor e Tex: Bersaglio Tex Willer!; Gringos!; Destinazione Africa!; Thugs!

Conoscete il titolo di un film col punto esclamativo? Io riesco a ricordarne un paio sotto forma di domanda (Ma papà ti manda sola?; Che fine ha fatto Baby Jane?), e molti – soprattutto spaghetti western – coi puntini di sospensione. In compenso, non riesco a ricordare un solo titolo di un libro col punto esclamativo.

Col tempo imparammo a farci furbi. Per far passare il titolo che ci piaceva adottavamo un piccolo trucco: proporre nel ventaglio delle possibilità due o tre titoli standard (in genere “l’enigma di”, “il mistero di”, o un “agguato” o un “incubo” da qualche parte), buoni per qualsiasi testata e per qualsiasi circostanza. Dato che ogni mese si abbondava in enigmi, incubi e misteri, per evitare le ripetizioni il titolo standard veniva scartato, e riuscivamo a far passare il titolo che ci piaceva (riuscimmo quindi a far passare dei titoli in inglese, come Buffalo Express e Dirty Boulevard).

Anche se a volte, lo ammetto, il giochino si ritorceva contro di noi, e ci ritrovavamo con L’enigma della caverna e Incubo nello spazio.

Col tempo la regola dei cinque titoli è caduta in disuso. Chissà, forse perché abbiamo imparato a proporre titoli più convincenti che non necessitano di alternative. E anche se continuo a pensare che Rewind fosse per Dylan Dog un titolo più suggestivo del Giorno del Licantropo, dei titoli di Caravan sono particolarmente soddisfatto.

Il titolo del numero 10, Punto di rottura, ha un’origine bizzarra. Emiliano Mammucari aveva in mente l’immagine di Massimo che si guardava nello specchio in frantumi, e mi aveva chiesto di utilizzarla per la cover. Ho dovuto quindi cambiare il titolo originale della storia, Panem et circenses. Però non me ne sono affatto pentito. Punto di rottura mi piace molto di più. E anche se la copertina fa pensare a un’esasperazione che esplode con un gesto di violenza, chi ha letto l'albo avrà capito che la rottura in questione è un’altra. È quella dell’equilibrio interiore di Massimo. Qualcosa si spezza dentro di lui, in seguito agli avvenimenti drammatici narrati nell'episodio precedente.

I titoli di Caravan hanno spesso una doppia chiave di lettura. Nel numero 2, Il ribelle non è solo Stagger, ma anche Davide che si ribella all'atteggiamento di suo padre.

Nel numero 3, La parola di un leader (il sindaco Banks) non contiene solo la forza che guida i cittadini alla ribellione, ma una debolezza che rivela la fragilità del leader stesso.

Nel numero 4, La storia di Carrie è materialmente una storia, cioè un racconto nel racconto: Jolene racconta a Davide una storia che era stata raccontata a lei.

Nel numero 5 i lupi del titolo sono diversi. Ce n’è uno vero (un cane lupo) e tre lupi a due gambe (Kurt Bresler e i suoi amici).

E così via.

Per il prossimo numero avevo in mente il titolo Apocalisse. Poi ho optato per Rivelazione. Che – come qualsiasi dizionario o Yahoo answers potrà confermarvi – vuol dire letteralmente la stessa cosa. Perciò sapete cosa aspettarvi.

Beh, più o meno.

domenica 21 marzo 2010

INCOMPIUTE


Ho pochissime storie “nel cassetto”. Non essendo uno scrittore prolifico, quando comincio una storia faccio di tutto per concluderla, e nel più breve tempo possibile. Ma non sempre tutto fila liscio: ci sono idee che sembrano funzionare quando ci pensi su, e una volta messe sulla carta ti portano in un vicolo cieco.

Molti anni fa cominciai una storia di Nathan Never che si intitolava Floyd the droid. Parlava di un comico televisivo “alla John Belushi” diventato celebre per avere creato la macchietta del droide Floyd. Il comico era perseguitato da un nemico misterioso che minacciava di ucciderlo, e incaricava Nathan di proteggerlo. Alla fine si sarebbe scoperto che il nemico misterioso altri non era che lo stesso comico. Mollai dopo avere abbozzato una ventina di tavole. Lo spunto era lo stesso di un film oggi dimenticato, Chi è Harry Kellerman e perché parla male di me?, e non riuscivo a inserire quell'idea in un contesto futuribile. In parole povere, non riuscivo a trovare la variante che giustificasse l’esistenza della storia.

Un'altra volta tentai una storia con un incipit ispirato a L'invasione degli ultracorpi. Una donna si presenta all'Agenzia Alfa e dice: “Sono convinta che mio marito non sia mio marito”. Dopo una lunga indagine, Nathan avrebbe scoperto che la caduta della stazione orbitante di Urania sulla Terra aveva provocato una “smagliatura” tra universi paralleli. E perciò l'incolpevole marito si era trovato catapultato nel nostro universo. Mollai perché la storia si stava sviluppando come una normale storia di detection piuttosto statica, e non c'era verso di movimentarla fino alla rivelazione finale.

Di un'altra sceneggiatura scrissi solo nove tavole, un classico incipit d'azione con un innocente in fuga. Sapendo che la storia andava a un disegnatore debuttante, dovevo scrivere una storia molto lineare ambientata tutta nella metropoli. Ma il disegnatore fece un lavoro talmente disastroso che gli fu imposto lo stop e fu messo alla porta. Si ripresentò in casa editrice un paio d’anni dopo. Oggi collabora con noi ed è molto apprezzato dai lettori. Ma quella sceneggiatura non è stata continuata.

Un'altra volta – sempre per Nathan Never - tentai una sceneggiatura basata su un’idea complessa e articolata, che può essere riassunta così: Alien nel deserto. Mollai dopo una ventina di tavole.

Un’altra storia rimase incompiuta per quasi dieci anni. Cominciai a scriverla nei primi anni novanta, consegnai una ventina di tavole e poi dovetti interromperla. Non poteva essere pubblicata prima di un’altra storia, incautamente affidata a un disegnatore lentissimo che impiegò anni a terminarla. Quando ripresi in mano la sceneggiatura avevo due piccoli problemi: a) dopo anni, avevo solo un ricordo vago di quello che volevo scrivere, e b) quello che era disegnato era disegnato, e non poteva essere cambiato. Quella storia è poi stata pubblicata nei numeri 173 e 174 di Nathan Never.

Le mie “incompiute” non sono tutte qui: ci sono altre idee, progetti arrivati a un buon grado di definizione, ma abortiti per le ragioni più diverse: una graphic novel ambientata nell'antica Grecia (il disegnatore mollò dopo avere disegnato una dozzina di tavole), una storia umoristica che riprendeva uno spunto di Legs (Quelle brave ragazze), un soggetto fantascientifico vagamente ispirato al Deserto dei Tartari.

E poi ci sono i soggetti rifiutati per Dylan Dog, naturalmente. Ma questi non ve li dico. Dopo tanti anni, posso sempre provare a riproporli con un titolo diverso, e in redazione leggono questo blog...

PS: a proposito di incompiute, una incompiuta straordinaria, che fortunatamente ha visto la luce, è questa.

martedì 16 marzo 2010

LE VIE DEL ROCK SONO INFINITE


Sette anni di silenzio dopo L’uomo occidentale (2003). Cioè sette anni senza un contratto discografico, interrotti solo dal tentativo generoso della Fantastica storia del pifferaio magico (con un solo inedito). Quale peccato avesse commesso Edoardo Bennato per scontare questo purgatorio, non lo so. Ma è storia passata, e guardiamo avanti.

Le vie del rock sono infinite conta 13 brani. Potevano essere di più (personalmente avrei preferito Sinistro o Il gioco delle tre carte al posto di C’era un re, ma pazienza), o forse anche di meno. Perché il materiale, chiaramente composto in tempi diversi, è eterogeneo, e magari qualcosa (Cuba) poteva restare fuori senza rimpianti.

Almeno a un primo ascolto, il sound non mi fa impazzire. La mano del produttore Barbacci (Negrita) si fa sentire, imponendo un rock melodico e pulitino a discapito del Bennato aspro e diretto che amiamo (e che ancora a tratti affiorava nell’Uomo occidentale). È lei e Un aereo per l’Afghanistan sono due ballate tipiche del Bennato degli ultimi decenni. In qualche modo naif nella loro positività, eppure sincere e sentite, con qualche statement esplicito: “Contro guerre senza ragione, contro guerra senza pietà/ contro guerre di chi le vuole/ contro guerre di chi le fa”.

Il capo dei briganti è senza dubbio il pezzo migliore, che associa brigantaggio di ieri e camorra di oggi, in lotta contro uno stato che fa “frastuono” con lo sdegno, ma che alla resa dei conti non riesce a imporsi. Ci sono i consueti divertissement briosi e ironici, Io Tarzan tu Jane, e soprattutto Wannamarkilibera: nella piacevolezza dello scioglilingua qualche battuta va a segno: “o tutte le canaglie vadano in galera, oppure dentro nessuna”.


A mio avviso le cose più interessanti del disco sono quelle del Bennato “intimista” rimasto sempre un po’ schiacciato dal Bennato rock’n’blues ironico e pungente. In amore, musicata con Alex Britti, è una bella canzone sulla difficoltà del parlare d’amore, oltre che del vivere l’amore. C’è una immagine curiosa, nel testo (“ti basta la fede/ti basta la rete e un arpione”), e un accenno che sembrerebbe rimandare alle “coppie scomunicate” di Notte di mezza estate, il successo estivo Bennato/Britti di qualche anno fa: “l’amore va avanti/ tra scritte inquietanti sui muri/ e tra le minacce e l’odio degli inquisitori”, canta Bennato, per concludere che “a volte chi canta canzoni d’amore è stonato/ e chi ha sempre promesso di spiegare l’amore ha imbrogliato”. Una canzone molto più densa di quello che può apparire a un primo ascolto.

Mi chiamo Edoardo e Vita da pirata e sono due canzoni autobiografiche. Anche dopo più ascolti non riesco a farmi piacere la prima, decisamente poco grintosa per il delicato compito di apertura del disco. Molto meglio Vita da pirata: “certe volte con destrezza sono andato all’arrembaggio/ altre volte ho naufragato in mezzo ai guai”. Bennato è ormai un signore sessantenne (è nato nel 1949) che guarda con un misto di tenerezza e ironia al proprio passato. E ho la sensazione che nell’esplosione del ritornello, che affastella le immagini di città vicine e lontane, viste o forse solo sognate, la sua voce sia incrinata da una vena di genuina malinconia.

Interessante anche la chiusura dell’album, affidata a Per noi. “Noi” è una parola poco comune nelle canzoni di Bennato, cane sciolto per antonomasia, e il pezzo assomiglia curiosamente a una preghiera laica, dall’andamento sommesso: “Per noi nemici latitudinali/ impauriti da quello che non conosciamo/ e che forse per questo, soltanto per questo ci odiamo”. Ma la fine è su una nota di speranza: “Per noi, che anche in questo momento/ insieme ci stiamo, e insieme ci stiamo muovendo”.

A sessant’anni suonati, Edo è salpato di nuovo.

sabato 13 marzo 2010

SECONDA STELLA A DESTRA...




E' uscito il nuovo disco di Edoardo Bennato. Io quell'isola continuo a cercarla, Edo. Grazie per avere indicato il cammino, tanti e tanti anni fa.

giovedì 11 marzo 2010

LA SAI L'ULTIMA?

Un uomo entra in un caffè… Splash!
Un uomo entra in un tè bollente… AARGH!

Adoro queste battute. La prima è un po’ come quei racconti alla Fredric Brown, in cui il finale a sorpresa capovolge la prospettiva su quello che hai letto un attimo prima (lo “splash” rivela che il “caffè” non è un luogo fisico, rendendo la situazione assurda).

La seconda battuta acquista il suo senso solo di seguito alla prima. Una volta che sei entrato in un universo (un “assurdo universo” alla Fredric Brown, appunto), devi accettarne le regole bizzarre (se un uomo entra in un caffè, può entrare anche in un tè) e trarne le debite conseguenze. E quindi, argh!, il tè bollente scotta.

In Caravan 10 ci sono diverse storielle (un po’ più articolate delle due battute qua sopra, comunque). Confesso di avere un debole per le barzellette, forse perché non sono un grande live–performer, e invidio chi le sa raccontare. La barzelletta costituisce una formidabile prova di narrazione. Se la racconti devi combinare le doti dello scrittore e dell’attore. Serve un’organizzazione del racconto molto precisa. L’introduzione deve essere abbastanza dettagliata da farti entrare nell’atmosfera, ma non così lunga da perdere di effetto. E poi serve la smorfia al momento giusto, la giusta intonazione, la pausa al momento opportuno, quel microsecondo che fa la differenza prima della battuta che dà senso al tutto.

Se è vero che i racconti sono la forma che diamo al mondo, organizzandolo in un modo coerente, la barzelletta è ciò che ne rivela l’assurdità, la congenita incoerenza.

Le storielle che avete letto su Caravan 10, visualizzate mirabilmente dall’eclettico Mammucari, le ho trovate su siti americani. Ne ho lette molte, e ne ho scelto alcune anche tenendo conto delle possibilità di visualizzazione.

Qualcuno mi ha fatto notare che la barzelletta finale non è propriamente esilarante, o comunque non è divertente quanto le altre. Può darsi. Però, anche se a noi non dice molto, ha un humour molto americano. Ho scoperto che esiste un ricco filone di storielle sul rapporto padre–figlio, basate generalmente sull’ottusità del genitore e l’astuzia del ragazzino.

"E ne ho in serbo altre fortissime!" direbbero Elio e le Storie Tese. Ma non sono adatte agli albi Bonelli, purtroppo.

mercoledì 10 marzo 2010

PRIMA DI THE HURT LOCKER, NEL 1959...

Berlino, appena uscita dal conflitto, è disseminata di ordigni inesplosi. Sei soldati tedeschi, reduci dai campi di prigionia Alleati, accettano di far parte di una squadra di sminatori. La loro è una quotidiana partita con la morte, giocata nella consapevolezza che la fortuna non può durare per sempre. Il cinico Wirtz propone al gruppo una sorta di macabra lotteria. Ognuno dovrà versare metà della paga in un fondo comune. Chi resta in vita raccoglierà tutto. A Wirtz si oppone senza successo l’idealista Koertner, un ex architetto. I rapporti tra i due diventano ulteriormente tesi quando entra in scena la bella Margot. E intanto, giorno dopo giorno, le bombe reclamano le loro vittime…

Dieci secondi con il diavolo (Ten seconds to hell) è una delle due avventure “europee” di Robert Aldrich (l’altra è Sodoma e Gomorra), ed è tratto da un romanzo (The Phoenix, di Lawrence Bachmann). Nonostante la bravura degli attori, non è tra i film più riusciti del regista. Vuoi per la produzione non propriamente ricchissima (il produttore europeo era Michael Carreras della Hammer Films), vuoi per la sceneggiatura (di Aldrich e del suo socio Teddi Sherman) un po’ scricchiolante nella parte sentimentale, ma soprattutto per il fatto che a Aldrich fu tolto il montaggio del film, ritenuto troppo lungo (due ore e dieci minuti).

In ogni modo, il film contiene un elemento cardine della filmografia aldrichiana: c’è un gruppo di sconfitti che, di fronte a una situazione estrema, deve elaborare un proprio sistema di regole. I protagonisti sono Jack Palance nei panni del disilluso Koertner e Jeff Chandler nella parte di Wirtz. Ma in un certo senso c’è un terzo protagonista – il Destino, con la D maiuscola – idealmente rappresentato dalle minacciose bombe inesplose. Se avete visto gli artificieri di The Hurt Locker, con le loro tute imbottite e i loro robot, non potrete non rabbrividire rendendovi conto che quella tra l’uomo e gli ordigni era una lotta a mani nude.

Ma la differenza tra il film di Aldrich e quello della Bigelow non è certo questa. La regista pone l’accento sulla “routine adrenalinica” che intossica i soldati come una droga. Gli sminatori in Iraq hanno scelto il loro pericoloso lavoro. Gli sminatori della Berlino postbellica sono sconfitti che cercano una chance in più nel loro “salario della paura”, proprio come i disperati del film di Clouzot.

In più, la pellicola della Bigelow – sceneggiata dal giornalista embedded Mark Boam – è asettica fino a rasentare l’ambiguità ideologica. Nella sua critica al film, Paolo Mereghetti lamenta “l’assenza di uno sguardo morale” (e per quel che vale, sono abbastanza d’accordo). In Aldrich l’approccio morale c’è, pur se un po’ imprigionato da un impianto drammatico non felicissimo. Significativi (e belli) i due rispettivi finali. In The Hurt Locker il protagonista rientra nel tunnel (metaforico) dell’adrenalina. In Dieci secondi con il diavolo, il sopravvissuto esce dal tunnel (reale) invaso dai fumi dell’esplosione, e solleva lo sguardo al cielo. Un finale insolitamente “ottimista” per Aldrich, che indica la speranza di una redenzione.

martedì 9 marzo 2010

PRIMA DI AVATAR, NEL 1977...

“Coinvolgere emotivamente il pubblico è facile. Chiunque può farlo anche bendato: prendi un gattino e fai che un tizio gli torce il collo.”

George Lucas

American Graffiti era costato meno di un milione di dollari, e ne aveva incassati cinquantacinque. Dopo l’insuccesso di THX 1138, George Lucas aveva cercato a tutti i costi il successo e lo aveva ottenuto. Quando American Graffiti sfondò ai botteghini, il progetto di Star Wars era stato già venduto. Eppure, forte del successo di Graffiti, Lucas riuscì a rinegoziare il contratto. Voleva produrre Star Wars con la propria società, voleva diritti sulle vendite della colonna sonora, sui giocattoli, su eventuali sèguiti del film. La Fox concesse tutto. Ci sarebbero voluti diciotto mesi per produrre i giocattoli dopo l’uscita del film. E a quel punto, pensavano agli studios, Star Wars sarebbe stato dimenticato.

Dopo un anno e mezzo dall'approvazione del progetto, Lucas aveva la sceneggiatura completa del film, e la fece leggere agli amici registi: De Palma, Scorsese, Friedkin. Nessuno si mostrò entusiasta.

La lavorazione del film cominciò agli Elstree Studios di Londra nel 1976, e non fu una passeggiata. Lucas non amava dirigere gli attori, gli attori non amavano lui, e gli scontri tra produzione americana e maestranze inglesi erano all’ordine del giorno. Quando finì di girare, Lucas era distrutto. Sua moglie Marcia lasciò il montaggio del film e andò a lavorare per Scorsese su Taxi Driver.

Nel 1977 Lucas aveva in mano la prima copia del suo film. Un montaggio ancora rozzo, e senza gli effetti speciali. Organizzò un’anteprima per gli amici. Il film sembrava così brutto che alcune persone uscirono prima della fine. Marcia Lucas scoppiò in lacrime. Amici e colleghi erano imbarazzati. Brian De Palma aggredì Lucas, accusandolo di essersi “dimenticato del pubblico”.

Il giorno dopo, il produttore Alan Ladd jr, che più di tutti aveva dato fiducia a Lucas, telefonò terrorizzato a Spielberg per sapere cosa ne pensasse di Star Wars.

– Penso che sarai il produttore più felice di Hollywood – disse Spielberg.

Alla fine, il costo di Star Wars fu di 9,5 milioni di dollari. Solo nei primi tre mesi di programmazione ne incassò 100. Dopo sei mesi, quella cifra era quasi raddoppiata. Sarebbe diventato uno dei film più guardati, amati, odiati, imitati, parodiati della storia del cinema.

Sulle ripercussioni culturali e sociologiche del film – aldilà dei suoi meriti e demeriti cinematografici – molto si è scritto e si continuerà a scrivere. Quello che è certo è che i colleghi e gli amici di Lucas (a eccezione di Spielberg) uscirono con le ossa rotte dal confronto. Un certo tipo di cinema legato alle idee e alla parola venne meno, sostituito da un cinema che cedeva tutto all’emozione dell’impatto visivo. “Il dialogo non ha molta importanza nei miei film – dichiarò Lucas, lucidissimo. – Sono un regista visivo, del tipo che cerca l’emozione al di sopra delle idee”.

Martin Scorsese, reduce dal fiasco di New York, New York, disse parlando di sé e dei suoi amici: “Siamo finiti”. Il fiasco di Sorcerer, sugli schermi in contemporanea a Star Wars, stroncò la carriera di William Friedkin, che in seguito dichiarò: “Star Wars ha spazzato via tutte le fiches dal tavolo da gioco”. E Robert Altman, negli ultimi anni di carriera, commentò amareggiato: “(il cinema, ndt) è ormai solo un grande luna–park”.

Star Wars ha cambiato il cinema per sempre. C’era un “prima di Star Wars”, e un “dopo Star Wars”. Il critico Peter Biskind ha spiegato tutto in una sola frase: “Siamo figli di Lucas, e non di Coppola”.


sabato 6 marzo 2010

PAURA E DELIRIO A HOLLYWOOD

Che cos’hanno in comune The Wolfman e Alice in Wonderland? Niente, apparentemente, se non il fatto di essere due (ennesimi) remake. E invece qualcosa in comune ce l’hanno. Sono due film privi di senso.

Il primo perché è un ricalco, tutto sommato abbastanza fedele, dei vecchi film della Universal. Realizzato con grande dispendio di mezzi e con attori famosi – Benicio Del Toro, Anthony Hopkins, Hugo Weaving – può configurarsi come un omaggio filologico al cinema “dei mostri”. Belli gli effetti speciali, belli i costumi (Milena Canonero, già premio oscar). Peccato che la sostanza dell’operazione sia tutta qui. E che oggi dell’uomo lupo sostanzialmente non ci importi niente, ragion per cui il film non strappa nemmeno un brividino piccolo piccolo. Siamo abituati a ben altri mostri per impressionarci.

E pensare che perfino il brutto Wolf–la belva è fuori di Mike Nichols si poneva il problema di una interpretazione del mito, cercando di collegare tematicamente la licantropia all'aggressività della nascente new economy. E fallendo nel tentativo. Ma almeno, coscienziosamente, gli autori si erano posti qualche interrogativo. Nel caso di The Wolfman, evidentemente no.

Nel caso di Alice in Wonderland di Tim Burton (scritto da Linda Woolverton) le cose sono anche peggiori. E sì che la partenza del film lasciava ben sperare. Nel prologo della storia è presentato il personaggio di Alice, ventenne alle prese con una società puritana e un fidanzamento imposto. Va benissimo. Ma appena Alice cade nell’albero cavo il film prende una piega dark – è il brand di Burton, dopotutto – che comincia a far sbandare la storia fino a farla deragliare con esiti agghiaccianti. A parte la freddezza fastidiosa dei personaggi (il tea party del Cappellaio è una delle cose più tristi e deprimenti mai viste in un film Disney), a parte che i momenti di umorismo si misurano in nanosecondi, è la sostanza dell’operazione a essere agghiacciante.

La trasformazione di Alice da crisalide in farfalla è la trasformazione dell’Alice di Carroll in una Vergine Guerriera con tanto di armatura scintillante e spada magica per affettare il mostro di turno. Non è solo il travaso meccanico di una fantasia maschile in una storia che si presuppone "al femminile": è una operazione che rivela un pensiero (o un’assenza di pensiero, o una confusione di pensiero) che lascia basiti. Ma il finale, se possibile, peggiora le cose. Il ritorno al mondo reale ovviamente rivela una presa di coscienza. E la presa di coscienza della ragazza consiste – giuro, non è uno scherzo – nel riprendere il business paterno e andare a commerciare in Cina.

Dunque, il senso (?) di un film per ragazzi – un film Disney, perlopiù – è che bisogna uccidere i mostri perché qualcun altro ti dice che è la cosa migliore da fare, e poi che bisogna "crescere": nel senso che bisogna fare dell’impresa di papà una multinazionale.

Le tematiche dell’Alice originale, quella di Carroll, le tematiche tipiche della filmografia del regista (la malinconia, la poesia del "diverso") scompaiono, lasciando il posto a un messaggio di un materialismo agghiacciante, che in un cineclub degli anni settanta sarebbe stato bollato con una sola parola: “fascista”. E, in questo caso, a ragione.

lunedì 1 marzo 2010

NON C'E' DUE SENZA TRE


Durante la manifestazione di Mantova Comics, conclusasi ieri, il premio Comicus Prize (assegnato dal sito Comicus.it) per il miglior fumetto "formato Bonelli" è andato a Caravan. La targa è stata ritirata dal nostro Stefano Marzorati (al centro nella foto, tratta dall'album di Comicus).

Questo è il terzo riconoscimento per la nostra serie, dopo quello per Davide Donati come personaggio dell'anno (ex aequo con Hellboy) nel referendum promosso da Repubblica/XL, e dopo il premio Gran Guinigi assegnato al sottoscritto in occasione di Lucca Comics & Games 2009.

Ringrazio tutti coloro che ci hanno accordato la loro preferenza, e invito tutti i lettori a cliccare qui per il resoconto della manifestazione a cura di Comicus.

venerdì 26 febbraio 2010

TEX!

In edicola dal 25 febbraio la ristampa a colori n. 161 di Tex, pubblicata da La Repubblica/L'espresso. Contiene la seconda parte della storia scritta da Decio Canzio per i disegni di Fernando Fusco, e la prima parte della storia scritta dal sottoscritto per i disegni di Jesus Blasco. La storia fu pubblicata in due puntate, nei mesi di maggio e giugno 1994, coi rispettivi titoli di Bande rivali e Il seme dell'odio. Ah, quanti ricordi...

martedì 23 febbraio 2010

STAN LAUREL



Sul Fatto Quotidiano di oggi Giovanna Gabrielli ricorda che il 23 febbraio del 1965 scompariva Stan Laurel, per noi Stanlio, amico inseparabile di Oliver Hardy/Ollio. Molti anni fa, travolto dall'entusiasmo dopo la lettura della biografia di Laurel e Hardy scritta da Simon Louvish, scrissi un fluviale articolo sulla celebre coppia. L'articolo è ancora sul mio sito personale, a questa pagina.

UNA QUESTIONE DI FIATO


Il pezzo di carta che vedete qua sopra per me è un piccolo cimelio. Me lo consegnò Claudio Nizzi nel 1993 o giù di lì, quando mi fu chiesto di scrivere Tex, per evitare che proponessi idee già sfruttate nelle storie in lavorazione. Se contate le sceneggiature in mano a Nizzi, noterete che erano ben tredici. Stava lavorando a quel ritmo pauroso da anni. E lo avrebbe fatto per molti anni ancora.

Io non sono mai riuscito a scrivere più di cinque–sei storie contemporaneamente, e a patto che almeno un paio fossero in mano a disegnatori lenti. E da almeno dieci anni scrivo due, massimo tre storie per volta (Caravan, comunque, è stata scritta un episodio alla volta e in ordine cronologico, tranne che in un caso: il numero 8 è stato scritto contemporaneamente al numero 12).

Non ho mai praticato sport, salvo per un paio d’anni, ma dopo tanto tempo ho maturato la convinzione che scrivere narrativa per professione abbia molto in comune con lo sport. E’ essenzialmente una questione di (auto)disciplina. Impari ad amministrare le tue energie, e lo fai imparando prima di tutto a valutare il tuo fisico. In questo modo sai cosa puoi chiedergli. Se corri troppo, rischi di non finire nemmeno la gara.

Naturalmente, nel nostro lavoro esiste spesso – direi che esiste “fisiologicamente” – la necessità di correre. Certo, può succedere che “i ritardi si dimenticano, le schifezze restano”, come ammonisce Tito Faraci. Ma questo è il prezzo che ci tocca pagare (e ahimé, far pagare ai lettori). Quelle 94 pagine vanno riempite ogni mese, costi quello che costi. Se la cosa vi turba, quello dello scrittore popolare non è un lavoro per voi. Sceglietevene un altro, possibilmente redditizio, e nei ritagli di tempo libero potrete realizzare una graphic novel di Alto Livello Qualitativo.

Quando qualcuno mi chiede di valutare l’opera prima di un giovane sceneggiatore evito di dare giudizi e dico che non è mai la prima sceneggiatura che conta. È la quinta. O la sesta, fate voi. È quella che vi permette di capire quanto fiato ha l’atleta. Insomma, se è in grado di praticare questo sport. E non di vincere, badate bene, ma semplicemente di gareggiare.

Perché, proprio come nello sport, scrivere non ti darà mai la garanzia di un buon risultato. Puoi esserti allenato, puoi sentirti in forma, puoi giocare in casa e avere il vento dalla tua parte. A volte si vince, a volte si pareggia, a volte si perde. Non esistono certezze, non esiste la sicurezza del centro–classifica. A ogni nuova storia si ricomincia da capo, e la prossima partita sarà sempre tutta da giocare.

domenica 21 febbraio 2010

SE SEMO INVECCHIATI, CARLE'


Consiglio a tutti il bellissimo, ironico, folgorante articolo di Carlo Verdone pubblicato sul Fatto Quotidiano. Quanto dice Verdone può essere applicato anche agli autori di fumetti. Che non sono certo dei divi, ma possono magari definirsi, come direbbe Fabio Visca, “famosetti”.

Dovete sapere che il mio amico Stefano Casini, quando rievoca le Lucche degli anni ottanta, dice: “Eravamo contenti semplicemente di respirare la stessa aria che respirava Hugo Pratt”. Ma la decadenza fin de (vingtième) siècle ha colpito anche il nostro settore. E internet (“dannato www, che ti porta dappertutto”) ha accorciato le distanze.

Ricevo un discreto numero di e–mail da lettori e aspiranti sceneggiatori. Non tutte sono educate. C’è chi non si spreca a scrivere il subject. C’è chi non ti ritiene degno nemmeno di sapere il suo nome, e si firma con il nickname. C’è chi ti intasa la casella con una paccata di allegati del peso di diversi mega. E non sono nemmeno tavole, sono pin–up perfettamente inutili ai fini di una valutazione. C’è chi ti manda i racconti (“tanto sono brevi”).

Qualche anno fa ricevetti un paio di e–mail sgarbatissime da un aspirante sceneggiatore. Facendo una ricerca con Google scoprii che era un autore di racconti, pubblicati su non so quale sito. Andai a leggerli. I “racconti” erano in realtà fantasie (almeno, spero che lo fossero) pornografiche infarcite di violenza. Quella fu l’unica volta che una lettera mi fece realmente preoccupare. Gli risposi bonariamente, e per fortuna non ebbi più sue notizie.

Un caso limite, certo. Perché la maleducazione, nel novantanove per cento dei casi, è semplice maleducazione.

Ma è figlia dell’atteggiamento descritto da Verdone, della caduta di qualsiasi considerazione per l’artista (quale che sia: attore, regista, cantante, scrittore) e per la sua attività.

sabato 13 febbraio 2010

DI ARTISTI E DIPENDENZA

Ho visto l’ago e il danno procurato
una piccola parte di esso in chiunque
ma ogni tossico è come un sole che tramonta.

Neil Young, The Needle and the Damage Done

Ho visto un sacco di tizi che pensavano di essere fichi
e dopo mi son sembrati solo un sacco di cretini,
spero che sentiate quel che dico, mio Dio,
perché anche voi avrete l’occasione di provarla prima o poi.
Non fate cazzate con l’ago e il cucchiaio,
o con qualche “viaggio” verso la luna.
Vi trascinerà via.

Lynyrd Skynyrd, The Needle and the Spoon

E dài, suor Morfina, farai meglio a farmi il letto,
perché tu sai e io so che al mattino sarò morto,
e tu potrai sedere qua accanto e guardare
le bianche lenzuola macchiate di rosso.

Rolling Stones & Marianne Faithfull, Sister Morphine

Il piano ha bevuto
e gli sgabelli del bar stanno andando a fuoco
e tutti i quotidiani scherzavano
e i portacenere sono andati in pensione
e io ho la sensazione
che il piano ha bevuto,
è giusto un’idea che mi è venuta,
il piano ha bevuto e vomiterà il suo pranzo,
è il piano che ha bevuto, non io.
Il piano ha bevuto, e non io.

Tom Waits, The Piano Has Been Drinking

Quando la giornata è finita ma tu vuoi correre ancora: cocaina.
Se hai brutte notizie, e vuoi cacciare il malumore: cocaina.
Lei non mente, non mente, non mente. Cocaina.

Eric Clapton, Cocaine

Più la stringevo, più l’amavo,
Nancy mi aveva stregato,
tutto ciò che conoscevo era la dolce Nancy,
e quel che mi serviva neppure lo vedevo.
Whiskey, Whiskey, Nancy Whiskey,
Whiskey, Whiskey, Nancy–oh.

Shane MacGowan, Nancy Whiskey

Eroina, che sia la mia morte,
eroina, è mia moglie e la mia vita
perché c’è un condotto che dalla mia vena
porta al centro della mia testa
e dopo è anche meglio della morte.

Lou Reed, Heroin

Ho cominciato con il Burgundy
ma presto sono passato a roba più forte
e tutti dicevano che mi sarebbero stati appresso
quando il gioco si fosse fatto duro.
Ma alla fine il fesso ero io
non c’era nessuno a scoprire il mio bluff.
Me ne torno a New York,
credo proprio di averne avuto abbastanza.

Bob Dylan, Just Like Tom Thumb’s Blues

Poi per due anni non ho quasi fatto altro
non ho suonato, non ho fatto l'amore
tiravo il tempo da un buco all'altro
in giro a sbattermi o in casa a dormire
Ma una mattina mi son chiesto:
"come andrà a finire?
Andare avanti, finire in galera,
magari anche morire.

Eugenio Finardi, Scimmia

E poi…

Vivo sulla lama, mi com/muovo nei bassifondi, parlo coi ricercati dallo Stato, brigo, mi procuro e dilapido milioni, poi, rischio, mi struggo, mi umilio, mi arrendo, poi mi faccio e tutto torna bello, più splendente di prima! L’alternativa è la birreria, il lavoro, il risparmio, il normale sfaldarsi del corpo, lo studio, l’amore [e la sua?] ricerca, lo scemo naturale, il simpatico, l’antipatica, due più due fa quattro, sveglia alle otto, viaggi, incidenti in pullman, Milano, cene d’affari, e non valgono quei personaggi più di quell’altri, mutuati della felicità. Palle anche lì, palle peggio di qua. Vuoi mettere risorgere, risorgere, risorgere, risorgere…

Andrea Pazienza, Gli ultimi giorni di Pompeo

domenica 7 febbraio 2010

DEDICATO A MORGAN?



Ho bisogno di qualcuno,
una persona a cui parlare
qualcuno che mi importerebbe di amare
magari sei tu? Magari sei tu?
Le cose si complicano, vado nel panico,
non sono all'altezza,
è proprio un'abitudine,
"ehi, ragazzo, sei malato",
beh, tesoro, è così.

Potete anche andarvene tutti a quel paese,
dietro di me vedo che mi fissano,
mi faranno male di brutto, ma me ne fregherò,
mi faranno male di brutto,
lo fanno di continuo, sì, sì, lo fanno di continuo...

"Spero tu sappia che questo
finirà nella tua scheda e ci resterà"
Ah, sì? Beh, non ti agitare così,
per caso ho detto che sono impressionato?

Ne mando giù una, una, una perché mi hai lasciato,
e due, due, due per la mia famiglia,
e tre, tre, tre per il mio mal d'amore,
e quattro, quattro, quattro per l'emicrania,
e cinque, cinque, cinque per la mia solitudine,
e sei, sei, sei per la mia tristezza,
e sette, sette per n-n-nessun domani,
e otto, otto, ho scordato perché otto,
e nove, nove, nove per un dio perduto,
e dieci, dieci, dieci, dieci per tutto, tutto, tutto, tutto...

Potete anche andarvene tutti a quel paese,
dietro di me vedo che mi fissano,
mi faranno male di brutto, ma me ne fregherò,
mi faranno male di brutto,
lo fanno di continuo, sì, sì, lo fanno di continuo...


Violent Femmes, Kiss Off


mercoledì 27 gennaio 2010

L'ARTE RENDE LIBERI?


Nei rispettivi blog, Diego Cajelli e Tito Faraci pongono, tra il serio e il faceto, la domanda "Perché si scrive?". E, tra il serio e il faceto, propongono anche qualche possibile risposta.

Anni fa, con l’amica Alessandra Henke, lavorai a un progetto che poi non vide la luce: una storia che aveva al centro la domanda di cui sopra, allargata all’arte in generale; e posta, però, in circostanze drammatiche.

– Cosa dà senso all’arte? – A partire dal 1941, questa domanda se la posero i prigionieri internati nel campo di concentramento di Terezin. Quasi fino alla fine della guerra Terezin fu qualcosa di speciale. Diventò il “ghetto della musica”. I detenuti, tra cui c’erano molti musicisti, si organizzarono per suonare. A Terezin si compose musica. Fu scritta un’opera. Fu eseguito il Requiem di Verdi. Si organizzarono perfino spettacoli di cabaret.

La creatività dei prigionieri fiorì a un livello tale che i gerarchi nazisti pensarono addirittura di realizzare a Terezin un film. Un film propagandistico, ovviamente, che presentasse il campo più o meno come un’amena località di villeggiatura. I nazisti non ebbero bisogno di imporlo con le minacce: i prigionieri - in testa il regista Kurt Gerron - accettarono di buon grado la proposta di girarlo.

Speravano in un trattamento di favore, dopo? O speravano semplicemente che – sia pure in un modo perverso – il loro lavoro di registi, interpreti, scenografi potesse dar loro una pallida illusione di normalità? Chi lo sa. In ogni modo, contribuirono anche i bambini. Perché a Terezin ce n’erano migliaia, di bambini. Alcune donne tra le prigioniere organizzarono corsi per loro. I bambini disegnarono, scrissero perfino poesie.

L'arte li liberò, almeno nello spirito? Sarebbe in qualche modo consolante pensare di sì. Convincersi che cantare, suonare, scrivere, disegnare diede ai prigionieri una speranza, e che fu questa speranza a tenerli in vita fino alla conclusione della guerra.

Ma non andò proprio così. Musica a parte, Terezin era pur sempre un campo di concentramento, e tale rimase. Benché non fosse paragonabile ai campi di sterminio propriamente detti, i prigionieri vivevano in condizioni miserabili. Chiusi a decine in spazi ristretti, si ammalavano e morivano. Nel 1945 i nazisti, forse preoccupati che l’attività artistica potesse instillare idee pericolose nei prigionieri, o semplicemente stanchi di quel curioso diversivo, deportarono gran parte degli artisti di Terezin ad Auschwitz.

Quando arrivarono i russi, i bambini sopravvissuti erano all'incirca un centinaio. Si calcola che nel campo ne fossero transitati 15.000.

Gran parte delle testimonianze su Terezin si deve proprio ai piccoli prigionieri. Oggi possiamo dire che i loro disegni e le loro poesie non sono bastati a salvarli, ma hanno salvato almeno il loro ricordo. E, insieme, la memoria dell’orrore, per aiutarci a non dimenticare.



PS: per chi volesse approfondire, il materiale non manca. Esistono diversi volumi di memorie dei sopravvissuti, e cito solo due testi che ho letto: I never saw another butterfly, disponibile anche su Amazon, raccoglie molti dei disegni dei bambini. Il volume Music in Terezin 1941-1945 racconta le vicende dei musicisti.

giovedì 21 gennaio 2010

... E QUESTA NON E' LIBERTA'



La notizia è questa. Ogni giorno un po’ di libertà in meno. Fino… fino a quando? Fino a cosa?
La traduzione qua sotto è mia. Se trovate errori, vi prego di segnalarli.

"Non sto cercando di convincervi che dovrebbe piacervi quello che fa Larry Flynt. A me non piace! Ma quello che mi piace è che vivo in un Paese dove siamo noi a farci carico delle decisioni che riguardano noi stessi. Mi piace l’idea di vivere in un Paese dove posso comprare una copia di Hustler, e leggerla se mi va, o gettarla nella spazzatura, se ritengo che sia quello il suo posto. O, meglio ancora, esercitare la mia opinione e non comprarla. Mi piace l’idea di avere questo diritto. Io a questo ci tengo, e anche voialtri dovreste tenerci. Davvero, dovreste. Perché viviamo in un Paese libero.

Noi lo diciamo un sacco di volte, ma a volte sembra che ci dimentichiamo che cosa significa. Perciò riascoltiamolo: noi viviamo in un Paese libero… questo è un concetto magnifico, è un modo meraviglioso di vivere. Ma c’è un prezzo da pagare per questa libertà, ed è che certe volte dobbiamo tollerare cose che non necessariamente ci piacciono. Quando tornerete dentro quella stanza sarete liberi di pensare quello che volete di Larry Flynt e di Hustler. Ma poi chiedetevi se dovreste prendere una decisione anche per noialtri. Perché la libertà che tutti noi qua dentro apprezziamo è a tutti gli effetti nelle vostre mani.

E se noi cominciamo a tirare su sbarramenti contro certe cose che reputiamo oscene, potremmo svegliarci un giorno e renderci conto che degli sbarramenti sono stati eretti in tutti quei posti che non ci saremmo mai aspettati, e allora ci sarà impedito di vedere qualsiasi cosa, e di fare qualsiasi cosa.

E questa non è libertà.
"

Da Larry Flynt - Oltre lo scandalo (The People Vs. Larry Flynt), 1996, diretto da Milos Forman, scritto da Scott Alexander & Larry Karazewski

mercoledì 13 gennaio 2010

IPSE DIXIT 2


Cerco di darmi consistenza umana in quanto autore del lavoro, perché reputo indispensabile che il lettore comune capisca che queste cazzatine non sono giochi di prestigio; non si materializzano da sole su un PC; e non sono l'elaborazione collettiva di un comitato. Sono il difficile lavoro di una singola persona che si siede e digita su una tastiera.

Harlan Ellison, in un'intervista a Comic Books Resources

martedì 12 gennaio 2010

INCONTRO CON ANDREA CUNEO

Aggiornamento flash: sabato 16 gennaio 2010 alle ore 16.30, presso i locali della Galleria Libreria dell'Arco a Santa Margherita Ligure, si svolgerà un incontro con il nostro Andrea Cuneo, disegnatore di America, America (Caravan n. 6).

Saranno inoltre esposte le tavole originali del volume.

Per contatti:

Galleria libreria dell'Arco
via dell'Arco 17
16038 Santa Margherita Ligure
0185285276

HOPPER (MA NON DENNIS)

A Milano è ancora in corso una mostra dedicata a Edward Hopper (1882–1967), forse il pittore americano più famoso del ventesimo secolo.

In realtà dell’Hopper più famoso, quello delle case bagnate dalla luce, immerse in un tempo congelato, c’è poco. Molto interessante e ben documentato, però, è il percorso che ha portato a quelle opere. Ci sono schizzi a carboncino, splendide illustrazioni per riviste, i primi tentativi con la pittura a olio e un’ampia sezione sul periodo parigino del pittore.

Curiosa la parte “erotica”, poco nota al grande pubblico, abbastanza fredda e popolata di figure femminili androgine. Poteva mancare la parte interattiva? Ovviamente no. Se avete mai desiderato entrare fisicamente in un quadro di Hopper, ora potete farlo. In una apposita saletta è riprodotto l’ambiente del dipinto Morning Sun. Potete quindi sedervi al posto della donna raffigurata nel quadro e vedere proiettata la vostra immagine su uno schermo.


Qualcuno avrebbe magari preferito un’altra mezza dozzina di quadri al posto del giochino di cui sopra (opera del videomaker Gustav Deutsch, per la cronaca), ma non mi sembra il caso di mugugnare. Per l’Italia, questa è la prima mostra di una certa consistenza dedicata all’artista americano, e merita senz’altro una visita.

La mostra ha anche una ricca parte “testuale” sulla vita di Hopper. Ed è curioso notare come Hopper sia stato la smentita vivente al mito dell’artista incompreso e maledetto, all’abbinamento “genio e sregolatezza”.

Le foto ci rivelano un signore dall’aria austera, alto e ben vestito. Le decine di schizzi esposti (ovviamente una piccola parte della quantità sterminata prodotta dal pittore in gioventù) sono là a testimoniare un’arte nata dalla pratica quotidiana, e non da un misterioso dono del cielo.

È vero che Hopper non era giovanissimo – aveva quarantun anni – quando raggiunse il successo (in gran parte per merito della moglie Josephine Nivison, sua modella, musa, manager, compagna di tutta la vita). Ma una volta raggiunta la vetta, non scese più. Artista ormai riconosciuto, acclamato (e benestante) continuò a vivere e a produrre per molti anni nel suo vecchio studio, in un palazzo senza ascensore.

Quanto al parlare della sua arte, disse: “Se sapessi esprimere una cosa con le parole, non la dipingerei”.

mercoledì 6 gennaio 2010

FILL-IN, NOTHING MORE THAN FILL-IN...



ATTENZIONE: QUESTO POST CONTIENE ANTICIPAZIONI SU CARAVAN n. 8

Caravan
n. 8, Il gioco della guerra, è nato per essere quello che gli americani chiamano un fill–in ("riempitivo", alla lettera). Un albo che racconta una storia a sé (anzi, tre storie a sé) senza inserirsi nella continuity.

Nell’idea originaria i Donati non comparivano neppure. I militari dovevano essere i soli protagonisti, e la storia sarebbe stata di pura azione, l’unica nella serie.

Mentre scrivevo le prime tavole ho cominciato ad avere dei ripensamenti. Strutturato in questo modo, l’albo sarebbe stato realmente un fill–in, e niente più di questo. Una delle caratteristiche di Caravan è quella di presentare in ogni episodio un tema trattato da diverse angolazioni, cosa che in questo albo sarebbe mancata.

Mentre ci ragionavo sopra, mi sono venute in mente due storie che non avevano trovato posto negli albi precedenti. Una era quella del bombardamento del quartiere milanese di Gorla (1944), e l’altra era quella della sparatoria alla Kent State University (1970), immortalata dalla canzone Ohio di Crosby, Stills, Nash & Young.

Nella storia della strage di Gorla (duecento bambini morti tra le macerie della loro scuola) sono incappato senza volerlo, quando anni fa, in giro per Milano, mi capitò di passare per caso in Piazza dei Piccoli Martiri. La statua – tanto imponente quanto inquietante – mi colpì immediatamente. Ho letto poi che rappresenta una donna in lutto, ma l’idea che mi ha dato alla prima occhiata era che si trattava di una personificazione della Morte. Potete vederla qua sopra. Se invece volete vederla nel suo contesto, basta cercare “Milano, piazza dei Piccoli Martiri” su Google Maps e scegliere l’opzione Street View.

Inutile dire che ho compiuto le mie brave ricerche prima di scrivere. Mi sono preso qualche licenza solo sulle location. Il mercato in cui un Massimo diciottenne accompagna la zia dovrebbe essere verosimilmente quello all’incrocio tra viale Monza e via Monte San Gabriele, ma non ho fatto in tempo a fotografarlo (e d’altronde, suppongo che oggi sia diverso da com’era negli anni ottanta, periodo in cui si svolge la storia). Werner Maresta ha disegnato un mercato verosimile, ma di fantasia. Tutto il resto – l’edificio scolastico, gli abiti dei personaggi, perfino la formazione dei bombardieri in volo – è ricostruito su foto dell’epoca.

In particolare mi sono stati utili due libri: Milano, 92 giorni alla fine, di Francesco Ogliari, edizioni Selecta; e Hinn adrée a bombardà Milan, a cura di Ambrogio Borsani, edizioni Carte Scoperte.

Se avete letto l’albo, adesso ne sapete abbastanza sulla tragedia di quel mattino d’ottobre del 1944. Qualora voleste saperne ancora di più, il sito dei Piccoli Martiri vi dice tutto. Attenzione, genitori: il sito contiene una foto dei cadaveri (preceduta comunque da un avviso).

Riguardo alla storia del massacro alla Kent State University, la conoscevo fin da ragazzo per via della canzone di CSN & Y. Poi, a metà degli anni ottanta, in un tedioso pomeriggio estivo la RAI mandò in onda un film tivù dal titolo Quello che accadde a Kent (Kent State), diretto da James Goldstone nel 1981. Mai più rivisto. Non esiste nemmeno una versione per l’homevideo. E non ce n’è traccia nemmeno su You Tube. A leggere i pareri su IMDB, gli autori si sono presi parecchie libertà, ma da quello che ricordo il film aveva un buon ritmo e risultava intrigante.

Gli strascichi processuali della vicenda sono stati complessi – come è facile intuire – e si sono trascinati a lungo. Non tutti i soldati sono finiti sotto processo. In tempi recenti è saltata fuori una registrazione in cui si sente qualcuno dare l’ordine di aprire il fuoco.

I soldati della Guardia Nazionale che aprirono il fuoco sugli studenti non erano stati aggrediti fisicamente, né, armati com'erano, potevano trovarsi in serio pericolo. Impossibile sapere per quale motivo cominciarono a sparare (e se un ordine ci fu, resta inspiegabile il motivo di quell’ordine).

Allo stesso modo, in quel tragico ottobre del ‘44 non c’era motivo al mondo per scaricare le bombe su abitazioni civili. In base alle istruzioni (e a un minimo di umana decenza) i piloti scaricavano le bombe inesplose in mare o in aperta campagna. Il motivo per cui il comandante ordinò di scaricarle su Gorla non si saprà mai.

Ciò che unisce queste due storie al main plot dell’albo non è tanto il fatto di essere storie “di guerra” (e d’altronde, tecnicamente, quella su Kent non lo è); ma il fatto che due stragi siano derivate da azioni senza senso pur in una situazione “di guerra”.

Ammesso e non concesso che la guerra abbia un senso.

PS: ringrazio Maurizio Gradin e Werner Maresta, che hanno lavorato a ritmo serrato “portando a casa” l’albo in tempi ristrettissimi.