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martedì 20 aprile 2010

I SUONI DEL SILENZIO



Esattamente un anno fa, con il post I semi di un’idea, aprivo questo blog. La lavorazione di Caravan era nel pieno del suo corso, con gli ultimi albi ancora da terminare, e l’ultima sceneggiatura completamente da scrivere.

La settimana scorsa, con la revisione del numero 12 e dell’ultima rubrica Sulla strada, la lavorazione di Caravan è terminata. Non c’è una prossima copertina da preparare, né un prossimo riassunto, non ci sono vignette da scegliere per l'anteprima sul sito Bonelli. È finita.

I frutti di quell’idea sono stati raccolti.

È la conclusione di un lungo cammino cominciato esattamente quattro anni fa, con la presentazione del concept della serie.

E dopo l’uscita dell’ultimo episodio, come preannunciato, questo blog chiuderà.

Il mio sito personale non sarà più aggiornato, se non con gli annunci delle uscite dei miei lavori.

In questo ultimo anno sono stato presente in Rete con assiduità. Ho presenziato a diverse fiere. Ho tenuto incontri col pubblico. Ho rilasciato almeno una decina di interviste, praticamente tutte quelle che non avevo rilasciato in vent’anni di attività.

Posso serenamente fermarmi qui.

Che significa la macchina da scrivere qua sotto? Un piccolo pro memoria: un ricordo di quando gli strumenti del fumetto facevano – giustamente – rumore. Più rumore di quel chiacchiericcio di fondo che oggi li sovrasta.

A partire da maggio si torna a lavorare. Come un funambolo del circo, non dentro l’arena, ma sopra. Concentrato, in silenzio. E senza Rete.

mercoledì 14 aprile 2010

"OH-OH-INTERNET, DANNATA INTERNET..."

Commentando il post "ipse dixit 3" si parlava di scrittori e internet. Ecco qualche considerazione interessante nel blog di Sandrone Dazieri. Non che io frema dalla voglia di avere un profilo su Facebook, ma se anche mi balenasse l'idea nell'anticamera del cervello, trovo sempre più motivi per tenerla fuori dalla porta.

Oh-oh-internet, dannata internet
Col motore di ricerca puoi arrivare dappertutto
Anche dove non volevi
W-w-w-w-w dannato www
Se sapevo prima che facevi questi danni
Non nascevo proprio adesso

Elio e Le Storie Tese, Gargaroz

venerdì 9 aprile 2010

LUOGHI COMUNI

“Un grande autore deve essere prima di tutto umile.”

“Per fare questo mestiere è indispensabile la passione.”

“Bisogna sempre mostrare rispetto per il pubblico.”

“In ogni critica, anche la più aspra, può annidarsi una piccola verità.”

“Un genio non è tale se non vi si abbina la sregolatezza.”

“Io, quando scrivo, mi diverto.”

“Il mio rapporto col pubblico è uno scambio di emozioni.”

“Adoro lavorare con i giovani, i giovani vanno sempre incoraggiati.”

“Una critica non ha senso se non è costruttiva.”

“Ti ringrazio per la tua bellissima lettera, sono i lettori come te che danno un senso al mio mestiere.”

lunedì 5 aprile 2010

IPSE DIXIT 3

Gli scrittori sul palco di un festival, almeno per il pubblico in sala, sono perfettamente intercambiabili. Te ne stai là sopra e sai cosa si aspetta la gente da te: ha avuto la generosità di venire a sentire le tue pallose elucubrazioni, talvolta ha persino dovuto pagare il biglietto e ora vuole che tu gli serva qualche proclama imbelle. Pretende accorate predicazioni o generiche denunce. Vogliono che tu gli dica che il solo fatto di leggere qualche libro faccia di te e di loro persone migliori di tutte le altre. Vogliono sentirsi parte di un’élite intellettualmente e moralmente superiore.

Alessandro Piperno, Solitudine, elogio dell'artista nella torre d'avorio

giovedì 1 aprile 2010

QUANDO I LETTORI FANNO "OOH!"

Agli albori di internet seguii per qualche tempo un newsgroup sulla letteratura poliziesca. Finché un giorno non ebbi un’idea infelice: entusiasta di un romanzo che avevo appena letto, scrissi un intervento in cui riassumevo in due righe la trama e lo consigliavo a tutti.

Fui subito ammonito, e in maniera piuttosto brusca, di evitare gli spoiler in futuro. Quali spoiler? –dissi – Non ho rivelato nulla che possa guastare la lettura, ho riportato più o meno le tre righe che sono nel risvolto di copertina.

Mi fu risposto, in tono brusco, che c’è anche qualcuno che preferisce non leggere nemmeno quelle tre righe perché “ama essere sorpreso”. Certo. E allora perché questo qualcuno, quando va al cinema, non si infila nella prima sala che gli capita? Così eviterebbe di spoilerarsi il titolo del film che va a vedere, no?

Chiusi immediatamente col quel newsgroup (e poco dopo, diventato saggio, con qualsiasi newsgroup).

Capisco che non si rivela il finale di un thriller. Ma quando è troppo è troppo. Mi è capitato di andare sul sito di qualche serie tivù americana per capire se avevo perso qualche episodio. Fatica sprecata. Mi sono arreso. Gli americani sono così terrorizzati dagli spoiler che il riassunto di ogni episodio diventa una cosa di questo tipo: “Mentre Jill parla con Ross, Brian incontra una persona. Poco dopo, Henry ha una sorpresa. Nel frattempo, all’ospedale, le cose non sono quello che sembrano, e Susan riceve una telefonata…” È una specie di slalom per evitare qualcosa che potrebbe, forse, in linea teorica, in percentuale uno su un milione, spifferare un dettaglio irrilevante a uno spettatore che invece lo reputa fondamentale, perché “ama essere sorpreso”. Il risultato porta a riassunti deliranti come quello qua sopra.

C’è una pericolosa (e sciocca) filosofia di fondo in tutto questo: la subordinazione di qualsiasi valore narrativo alla “sorpresa”. Come se un film, un libro, un fumetto fossero validi solo se gli spettatori o i lettori fanno “ooh”.

Ma farci fare “ooh” non è l’obiettivo della narrativa. Quello è l’obiettivo dei giochi di prestigio.

Ecco perché posso tranquillamente preannunciarvi che Caravan si concluderà con la fine del mondo, provocata dall’impatto di un asteroide contro la Terra. D’altronde, io lo avevo detto che non era possibile un seguito.

Adesso fate pure “ooh”, e leggetevi rilassati gli ultimi due albi.

domenica 21 febbraio 2010

SE SEMO INVECCHIATI, CARLE'


Consiglio a tutti il bellissimo, ironico, folgorante articolo di Carlo Verdone pubblicato sul Fatto Quotidiano. Quanto dice Verdone può essere applicato anche agli autori di fumetti. Che non sono certo dei divi, ma possono magari definirsi, come direbbe Fabio Visca, “famosetti”.

Dovete sapere che il mio amico Stefano Casini, quando rievoca le Lucche degli anni ottanta, dice: “Eravamo contenti semplicemente di respirare la stessa aria che respirava Hugo Pratt”. Ma la decadenza fin de (vingtième) siècle ha colpito anche il nostro settore. E internet (“dannato www, che ti porta dappertutto”) ha accorciato le distanze.

Ricevo un discreto numero di e–mail da lettori e aspiranti sceneggiatori. Non tutte sono educate. C’è chi non si spreca a scrivere il subject. C’è chi non ti ritiene degno nemmeno di sapere il suo nome, e si firma con il nickname. C’è chi ti intasa la casella con una paccata di allegati del peso di diversi mega. E non sono nemmeno tavole, sono pin–up perfettamente inutili ai fini di una valutazione. C’è chi ti manda i racconti (“tanto sono brevi”).

Qualche anno fa ricevetti un paio di e–mail sgarbatissime da un aspirante sceneggiatore. Facendo una ricerca con Google scoprii che era un autore di racconti, pubblicati su non so quale sito. Andai a leggerli. I “racconti” erano in realtà fantasie (almeno, spero che lo fossero) pornografiche infarcite di violenza. Quella fu l’unica volta che una lettera mi fece realmente preoccupare. Gli risposi bonariamente, e per fortuna non ebbi più sue notizie.

Un caso limite, certo. Perché la maleducazione, nel novantanove per cento dei casi, è semplice maleducazione.

Ma è figlia dell’atteggiamento descritto da Verdone, della caduta di qualsiasi considerazione per l’artista (quale che sia: attore, regista, cantante, scrittore) e per la sua attività.

sabato 13 febbraio 2010

DI ARTISTI E DIPENDENZA

Ho visto l’ago e il danno procurato
una piccola parte di esso in chiunque
ma ogni tossico è come un sole che tramonta.

Neil Young, The Needle and the Damage Done

Ho visto un sacco di tizi che pensavano di essere fichi
e dopo mi son sembrati solo un sacco di cretini,
spero che sentiate quel che dico, mio Dio,
perché anche voi avrete l’occasione di provarla prima o poi.
Non fate cazzate con l’ago e il cucchiaio,
o con qualche “viaggio” verso la luna.
Vi trascinerà via.

Lynyrd Skynyrd, The Needle and the Spoon

E dài, suor Morfina, farai meglio a farmi il letto,
perché tu sai e io so che al mattino sarò morto,
e tu potrai sedere qua accanto e guardare
le bianche lenzuola macchiate di rosso.

Rolling Stones & Marianne Faithfull, Sister Morphine

Il piano ha bevuto
e gli sgabelli del bar stanno andando a fuoco
e tutti i quotidiani scherzavano
e i portacenere sono andati in pensione
e io ho la sensazione
che il piano ha bevuto,
è giusto un’idea che mi è venuta,
il piano ha bevuto e vomiterà il suo pranzo,
è il piano che ha bevuto, non io.
Il piano ha bevuto, e non io.

Tom Waits, The Piano Has Been Drinking

Quando la giornata è finita ma tu vuoi correre ancora: cocaina.
Se hai brutte notizie, e vuoi cacciare il malumore: cocaina.
Lei non mente, non mente, non mente. Cocaina.

Eric Clapton, Cocaine

Più la stringevo, più l’amavo,
Nancy mi aveva stregato,
tutto ciò che conoscevo era la dolce Nancy,
e quel che mi serviva neppure lo vedevo.
Whiskey, Whiskey, Nancy Whiskey,
Whiskey, Whiskey, Nancy–oh.

Shane MacGowan, Nancy Whiskey

Eroina, che sia la mia morte,
eroina, è mia moglie e la mia vita
perché c’è un condotto che dalla mia vena
porta al centro della mia testa
e dopo è anche meglio della morte.

Lou Reed, Heroin

Ho cominciato con il Burgundy
ma presto sono passato a roba più forte
e tutti dicevano che mi sarebbero stati appresso
quando il gioco si fosse fatto duro.
Ma alla fine il fesso ero io
non c’era nessuno a scoprire il mio bluff.
Me ne torno a New York,
credo proprio di averne avuto abbastanza.

Bob Dylan, Just Like Tom Thumb’s Blues

Poi per due anni non ho quasi fatto altro
non ho suonato, non ho fatto l'amore
tiravo il tempo da un buco all'altro
in giro a sbattermi o in casa a dormire
Ma una mattina mi son chiesto:
"come andrà a finire?
Andare avanti, finire in galera,
magari anche morire.

Eugenio Finardi, Scimmia

E poi…

Vivo sulla lama, mi com/muovo nei bassifondi, parlo coi ricercati dallo Stato, brigo, mi procuro e dilapido milioni, poi, rischio, mi struggo, mi umilio, mi arrendo, poi mi faccio e tutto torna bello, più splendente di prima! L’alternativa è la birreria, il lavoro, il risparmio, il normale sfaldarsi del corpo, lo studio, l’amore [e la sua?] ricerca, lo scemo naturale, il simpatico, l’antipatica, due più due fa quattro, sveglia alle otto, viaggi, incidenti in pullman, Milano, cene d’affari, e non valgono quei personaggi più di quell’altri, mutuati della felicità. Palle anche lì, palle peggio di qua. Vuoi mettere risorgere, risorgere, risorgere, risorgere…

Andrea Pazienza, Gli ultimi giorni di Pompeo

mercoledì 27 gennaio 2010

L'ARTE RENDE LIBERI?


Nei rispettivi blog, Diego Cajelli e Tito Faraci pongono, tra il serio e il faceto, la domanda "Perché si scrive?". E, tra il serio e il faceto, propongono anche qualche possibile risposta.

Anni fa, con l’amica Alessandra Henke, lavorai a un progetto che poi non vide la luce: una storia che aveva al centro la domanda di cui sopra, allargata all’arte in generale; e posta, però, in circostanze drammatiche.

– Cosa dà senso all’arte? – A partire dal 1941, questa domanda se la posero i prigionieri internati nel campo di concentramento di Terezin. Quasi fino alla fine della guerra Terezin fu qualcosa di speciale. Diventò il “ghetto della musica”. I detenuti, tra cui c’erano molti musicisti, si organizzarono per suonare. A Terezin si compose musica. Fu scritta un’opera. Fu eseguito il Requiem di Verdi. Si organizzarono perfino spettacoli di cabaret.

La creatività dei prigionieri fiorì a un livello tale che i gerarchi nazisti pensarono addirittura di realizzare a Terezin un film. Un film propagandistico, ovviamente, che presentasse il campo più o meno come un’amena località di villeggiatura. I nazisti non ebbero bisogno di imporlo con le minacce: i prigionieri - in testa il regista Kurt Gerron - accettarono di buon grado la proposta di girarlo.

Speravano in un trattamento di favore, dopo? O speravano semplicemente che – sia pure in un modo perverso – il loro lavoro di registi, interpreti, scenografi potesse dar loro una pallida illusione di normalità? Chi lo sa. In ogni modo, contribuirono anche i bambini. Perché a Terezin ce n’erano migliaia, di bambini. Alcune donne tra le prigioniere organizzarono corsi per loro. I bambini disegnarono, scrissero perfino poesie.

L'arte li liberò, almeno nello spirito? Sarebbe in qualche modo consolante pensare di sì. Convincersi che cantare, suonare, scrivere, disegnare diede ai prigionieri una speranza, e che fu questa speranza a tenerli in vita fino alla conclusione della guerra.

Ma non andò proprio così. Musica a parte, Terezin era pur sempre un campo di concentramento, e tale rimase. Benché non fosse paragonabile ai campi di sterminio propriamente detti, i prigionieri vivevano in condizioni miserabili. Chiusi a decine in spazi ristretti, si ammalavano e morivano. Nel 1945 i nazisti, forse preoccupati che l’attività artistica potesse instillare idee pericolose nei prigionieri, o semplicemente stanchi di quel curioso diversivo, deportarono gran parte degli artisti di Terezin ad Auschwitz.

Quando arrivarono i russi, i bambini sopravvissuti erano all'incirca un centinaio. Si calcola che nel campo ne fossero transitati 15.000.

Gran parte delle testimonianze su Terezin si deve proprio ai piccoli prigionieri. Oggi possiamo dire che i loro disegni e le loro poesie non sono bastati a salvarli, ma hanno salvato almeno il loro ricordo. E, insieme, la memoria dell’orrore, per aiutarci a non dimenticare.



PS: per chi volesse approfondire, il materiale non manca. Esistono diversi volumi di memorie dei sopravvissuti, e cito solo due testi che ho letto: I never saw another butterfly, disponibile anche su Amazon, raccoglie molti dei disegni dei bambini. Il volume Music in Terezin 1941-1945 racconta le vicende dei musicisti.

giovedì 21 gennaio 2010

... E QUESTA NON E' LIBERTA'



La notizia è questa. Ogni giorno un po’ di libertà in meno. Fino… fino a quando? Fino a cosa?
La traduzione qua sotto è mia. Se trovate errori, vi prego di segnalarli.

"Non sto cercando di convincervi che dovrebbe piacervi quello che fa Larry Flynt. A me non piace! Ma quello che mi piace è che vivo in un Paese dove siamo noi a farci carico delle decisioni che riguardano noi stessi. Mi piace l’idea di vivere in un Paese dove posso comprare una copia di Hustler, e leggerla se mi va, o gettarla nella spazzatura, se ritengo che sia quello il suo posto. O, meglio ancora, esercitare la mia opinione e non comprarla. Mi piace l’idea di avere questo diritto. Io a questo ci tengo, e anche voialtri dovreste tenerci. Davvero, dovreste. Perché viviamo in un Paese libero.

Noi lo diciamo un sacco di volte, ma a volte sembra che ci dimentichiamo che cosa significa. Perciò riascoltiamolo: noi viviamo in un Paese libero… questo è un concetto magnifico, è un modo meraviglioso di vivere. Ma c’è un prezzo da pagare per questa libertà, ed è che certe volte dobbiamo tollerare cose che non necessariamente ci piacciono. Quando tornerete dentro quella stanza sarete liberi di pensare quello che volete di Larry Flynt e di Hustler. Ma poi chiedetevi se dovreste prendere una decisione anche per noialtri. Perché la libertà che tutti noi qua dentro apprezziamo è a tutti gli effetti nelle vostre mani.

E se noi cominciamo a tirare su sbarramenti contro certe cose che reputiamo oscene, potremmo svegliarci un giorno e renderci conto che degli sbarramenti sono stati eretti in tutti quei posti che non ci saremmo mai aspettati, e allora ci sarà impedito di vedere qualsiasi cosa, e di fare qualsiasi cosa.

E questa non è libertà.
"

Da Larry Flynt - Oltre lo scandalo (The People Vs. Larry Flynt), 1996, diretto da Milos Forman, scritto da Scott Alexander & Larry Karazewski

mercoledì 13 gennaio 2010

IPSE DIXIT 2


Cerco di darmi consistenza umana in quanto autore del lavoro, perché reputo indispensabile che il lettore comune capisca che queste cazzatine non sono giochi di prestigio; non si materializzano da sole su un PC; e non sono l'elaborazione collettiva di un comitato. Sono il difficile lavoro di una singola persona che si siede e digita su una tastiera.

Harlan Ellison, in un'intervista a Comic Books Resources

mercoledì 30 dicembre 2009

IPSE DIXIT


Non c'è modo di vincere al gioco della critica. Se si ha un briciolo di cervello si abbandona questa speranza illusoria. Si fa il film che si reputa attraente o interessante, e lo si fa al meglio delle proprie possibilità. Se i critici lo apprezzano, benissimo. Se non lo apprezzano, lasciamoli perdere.

Robert Aldrich

giovedì 5 novembre 2009

OPERE DI UN CERTO PESO

Rilancio un interrogativo interessante dal blog di Claudio Nader.

Aggiungo qualche considerazione: “nella lunga prefazione di Zanardi (edito da Baldini & Castoldi, ndr) due pagine piene - ben 44 righe – vanno via solo per spiegare con quali criteri sono state editate le storie presenti nel volume. All'interno, 24 pagine presentano schizzi inediti, brani di interviste, commenti, note. E poi ci sono le storie, ovviamente. In bianco e nero e a colori. Formato del volume: 23 x 33 cm. Per darvi un'idea, circa un centimetro più largo e tre centimetri più alto dei volumi di Asterix, che proprio piccoli non sono. E la carta è ottima, sia chiaro. Qui si fa dell’arte, mica cavoli. Ma attenzione: le pagine sono 176. Il che significa che il volume pesa un chilo tondo tondo. (Un solido cartonato di Asterix non arriva a mezzo chilo, per intenderci). Se, come me, siete di quelli che leggono la notte prima di addormentarsi non avete speranze di maneggiare questo malloppo standovene comodamente sdraiati. (Non parliamo poi dei poveri mentecatti che leggono in metropolitana... non sanno che l'arte esige sacrifici?)”

Scrivevo queste righe sei anni fa, per un editoriale nel mio sito. Qualche giorno fa, a Lucca, ho comprato l’edizione italiana di due storie famose che avevo solo in edizione originale, The Killing Joke di Moore & Bolland, e Batman: Year One di Miller & Mazzucchelli. Entrambe le storie erano state pubblicate in formato comic book. Le attuali edizioni hanno una misura più grande dei classici cartonati francesi. Perché?

Probabilmente, per diverse ragioni. La prima la trovo fastidiosa, la seconda un po’ inquietante. La prima ragione è l’aggressiva politica editoriale della Planeta De Agostini, che si propone di seppellire materialmente la concorrenza della Panini–Marvel occupando tutto lo spazio disponibile sugli scaffali. Insomma, una gara a chi ce l’ha più grosso (il volume). E dato che una major dell’editoria può sobbarcarsi grosse spese di stampa mantenendo i volumi a prezzi popolari, in questa gara le piccole case editrici fatalmente soccombono e spariscono dagli scaffali.

La seconda ragione, quella dietro la elefantiaca edizione di Zanardi (che però è niente rispetto a quella, monumentale, della Ballata del mare salato o all’edizione de–luxe di Watchmen) è che si tende a concepire il libro come oggetto di lusso. Ma perché un libro dev’essere un oggetto di lusso, tenuto conto che questi volumi non sono proprio best–seller, e i prezzi sono alti?

Mi si obietterà che non c’è niente di male a offrire di più a chi è disposto a spendere di più. E dopotutto le storie di Zanardi e quelle di Corto Maltese sono perennemente in ristampa anche a prezzi abbordabili. E in effetti no, non c’è niente di male a offrire a un prezzo maggiore una carta migliore e una grafica più elegante.

Tuttavia credo che ci sia un limite anche all’edizione di lusso. Passato quel limite – quello della semplice “usabilità” del volume, che in quelle dimensioni richiede un leggìo – si esce dal campo dell’editoria e si entra in quello del feticismo: il libro come oggetto da adorare e/o esibire.

In un momento in cui c’è più che mai necessità di diffondere cultura, sembra che si sia tornati indietro agli anni sessanta, quando i nouveaux riches del boom economico sceglievano i libri dal colore della copertina, per intonarli alle pareti del salotto.

Mi sembra una regressione inquietante.

giovedì 17 settembre 2009

"DRAMA" O "NON DRAMA"?

In The Five-Gag Film, uno dei saggi contenuti in Bambi vs, Godzilla, David Mamet spiega il concetto di “distanza estetica” e di violazione della stessa, concetti legati al cinema rispettivamente come drama (forma drammatica) e pseudo-drama (riproduzione della forma drammatica).

Mamet individua un tipo di cinema “alto” legato all’esperienza drammatica nel senso classico del termine: una immedesimazione profonda che conduce lo spettatore alla catarsi. Esperienza che Mamet definisce come “appagamento del rinvìo dell’appagamento”, cioè l’attesa del finale come obiettivo ultimo dell’esperienza estetica.

L'esperienza “pseudo-drammatica” sarebbe invece un’esperienza di appagamento immediato, indotto nello spettatore da una serie di stimoli. Mamet la definisce come l’esperienza dello spettatore del circo. Nel cinema il suo equivalente più basso sarebbe il film pornografico; quello nella forma più “nobile” sarebbe il film di genere puro, thriller o commedia che sia. (Mamet parla di “stunt–movies”, e credo che si riferisca a film definibili genericamente come “spettacolari” o comunque di intrattenimento senza pretese).

Mamet individua come spia della differenza tra le due esperienze il diverso trattamento della “distanza estetica”; cioè quella condizione che spinge “naturalmente” lo spettatore ad accettare il patto narrativo per calarsi completamente nella vicenda. La “distanza estetica” permane nel drama, mentre è violata nello pseudo–drama.

La violazione della distanza estetica è l'imposizione allo spettatore del patto narrativo, e Mamet la spiega con due esempi. Il primo è una situazione tipica del thriller. Gli investigatori individuano un numero di telefono importante, e il numero viene mostrato allo spettatore con un primo piano del foglietto dove è stato scarabocchiato. Dato che siamo al cinema e il numero non può essere un numero esistente, il numero inizia con 555. Lo spettatore sa che non esistono numeri di telefono che iniziano con quella cifra, e il regista sa che lo spettatore sa, ma entrambi sanno che non si può fare altrimenti. Questa – dice Mamet – è una violazione della distanza estetica, cioè un elemento che spinge lo spettatore “fuori” dal dramma, impedendogli l’immedesimazione profonda che contraddistingue l’esperienza drammatica.

Un altro esempio: stiamo guardando un film che racconta la storia di un pianista, e la macchina da presa scende dal viso dell’attore a inquadrare le mani che si muovono sulla tastiera. Per Mamet anche questa è una violazione della distanza estetica. Lo spettatore non è più indirizzato verso la storia del pianista, ma ne sarebbe strappato fuori per subire una dimostrazione di protervia registica: “sì, sono proprio le sue mani, è l'attore che suona il piano, e non una controfigura”.

I grandi film come L'orgoglio degli Amberson o Il Padrino, o i film di Kurosawa (ma Mamet cita anche La ragazza delle balene) non hanno bisogno di questi trucchetti per calare lo spettatore dentro la storia.

Personalmente non ho difficoltà ad accettare la distinzione tra film drammatici (quelli che comunemente accettiamo come “grandi film”, la cui visione costituisce un’esperienza di vita) e film pseudo-drammatici (quelli che comunemente accettiamo come film di intrattenimento). Ma mi chiedo se la violazione della distanza estetica come formulata da Mamet sia una condizione sufficiente a distinguerli. Intanto, l’esempio del numero telefonico citato da Mamet vale per uno spettatore americano. Gli spettatori degli altri continenti, per la stragrande maggioranza, ignorano che quel numero telefonico è fittizio, e per loro la distanza estetica non è affatto violata. E, per quanto riguarda noi italiani, una clamorosa “violazione” come il doppiaggio non ci impedisce di apprezzare, che so, Barry Lyndon.

Ancora, Mamet ragiona in termini esclusivamente realistici, presupponendo che il massimo realismo sia l’unico criterio possibile per immergerci dentro una storia. Ma non lo è. Come possiamo applicare il criterio della distanza estetica (e vedere se vi sono violazioni della stessa) quando guardiamo Toy Story, The Nightmare before Christmas o La città incantata? O dovremmo concludere che qualsiasi film di animazione è esperienza pseudo-drammatica, quindi incapace di toccare le vette dell'Arte?

Di conseguenza non posso fare a meno di chiedermi se possiamo applicare questo criterio ai fumetti, ed eventualmente in quale modo possiamo farlo. Nel fumetto – o nell’opera letteraria in genere – è chiaro che il coinvolgimento è meno “fisico” e molto più mentale.

Qual è, allora, il fumetto Drammatico? Al di fuori di Maus o Watchmen, esiste un tipo di fumetto che possa considerarsi una profonda esperienza estetica come un film di Kurosawa?

E infine: siamo sicuri che il drama – anche quello indiscutibile di Maus e Watchmen – sia la forma più profonda di esperienza estetica che il fumetto può offrire? E se invece ipotizzassimo che questa esperienza consiste in tutt’altro? Perché, se Mamet avesse ragione, ammettendo di poter includere nel tempio dell’Arte le opere di Spiegelman e Moore, dovremmo escluderne Paperino e Snoopy, Braccio di Ferro e Asterix. Voi ve la sentireste?

giovedì 7 maggio 2009

STEINBECK


POST EDITATO

Se Seeds di Springsteen è stato lo spunto materiale per l’idea di Caravan, credo che Furore (The Grapes of Wrath) di John Steinbeck sia stata l’ispirazione a livello inconscio, dato che racconta di una famiglia in viaggio. È un romanzo che amo, l’ho letto per la prima volta da ragazzino e in seguito l’ho riletto più volte. D’altronde, Furore è stato di ispirazione anche per Springsteen, e quindi i conti tornano.

Non metto qui il video della ballad The Ghost of Tom Joad di Springsteen, già famosissima, e vi invito a scoprire invece l’album Dust and Dreams (1991). L’autore è il gruppo inglese dei Camel, forgiatosi nella vivacissima fucina di Canterbury. (Negli anni settanta il gruppo si avvalse anche della collaborazione di Richard Sinclair, fondatore – eh, già – dei Caravan). Dust and Dreams è dichiaratamente ispirato al romanzo di Steinbeck, per quanto musicalmente sia su tutt’altro versante rispetto al folk americano.



Il film tratto da Furore – realizzato nel 1940, appena un anno dopo l’uscita del libro – è ugualmente un capolavoro. D’altronde, i credits dicono tutto: diretto da John Ford, scritto da Nunnally Johnson, fotografato da Gregg Toland (quello di Quarto potere) e interpretato da Henry Fonda, John Carradine e Jane Darwell (vincitrice dell’oscar per la sua interpretazione di mamma Joad). Il film riserva un piccolo mistero: la versione proposta su DVD non si conclude con la fuga di Tom come l’edizione cinematografica che passa in tivù, ma con un finale “ottimistico” (non doppiato in italiano, ma soltanto sottotitolato): la famiglia Joad riparte verso Fresno, dove un annuncio promette “venti giorni di lavoro”, e mamma Joad esorta tutti a tenere duro. Personalmente preferisco il “vecchio” finale, con Tom che scompare sul profilo delle colline sulle note di Red River Valley. (Considerate che il finale del romanzo, per ovvi motivi di censura, non poteva essere proposto nel 1940). In ogni caso, qualunque sia il finale che presenta, il film è semplicemente Storia del Cinema. Se non l’avete visto, vi consiglio caldamente di non farvelo scappare.



Oltretutto, John Steinbeck ha avuto con il cinema un rapporto piuttosto intenso. Digitate “Steinbeck” su IMDB e scoprirete che la filmografia steinbeckiana conta più di una trentina di film, di cui alcuni firmati anche come sceneggiatore (tra cui il Viva Zapata! di Elia Kazan con Marlon Brando). Perfino Hitchcock ha tratto un film da un suo racconto, Prigionieri dell’oceano (Lifeboat).

Approfitto dell’occasione per citare un altro romanzo di Steinbeck, un altro dei miei romanzi (brevi) preferiti: Uomini e topi (Of Men and Mice), una tragica e struggente storia di amicizia tra due vagabondi che condividono il sogno di una fattoria. Nel 1992 Gary Sinise ne ha diretto e interpretato (a fianco di John Malkovich) un buon adattamento, sceneggiato da Horton Foote, apprezzato autore teatrale nonché sceneggiatore del Buio oltre la siepe.




Ultima annotazione: alla fine un legame diretto tra John Steinbeck e Caravan in un certo senso c’è, ed è proprio… un caravan. O meglio, un camper. Quello che lo scrittore ha condiviso con il barboncino Charley e raccontato nel libro In viaggio con Charley: il suo ultimo libro pubblicato in vita, l’ultima meta del suo viaggio terreno.



“Non sono le persone che fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone”
John Steinbeck

domenica 19 aprile 2009

I SEMI DI UN'IDEA

Va bene, il viaggio sta per cominciare, e se volete salire a bordo un po’ in anticipo siete i benvenuti.

Probabilmente su Caravan sapete già qualcosa. Magari quello che è scritto nel sito della Sergio Bonelli Editore, o nello spazio anteprime di uBC.

Qui scoprirete qualcos’altro ancora. E non tanto sulle dodici storie che leggerete nella serie, ma su quello che c’è “a monte” di quelle storie (le idee, gli spunti, le soluzioni scartate) e su quello che c’è “intorno”: coincidenze, riflessioni a posteriori, digressioni.

E adesso, per cominciare proprio dall’inizio, vorrei raccontarvi che Caravan è nato da una canzone di Bruce Springsteen, Seeds (semi). Quando la sentii per la prima volta (nel 1990 o giù di lì) non capii il testo, ma solo qualche frase: c’era una famiglia che dormiva in macchina, in fuga da qualcosa… un poliziotto batteva col manganello sul vetro dell’auto ferma, dicendo: “Move along, move along”. Sembrava che su quella famiglia incombesse un’apocalisse.

Avevo fantasticato sulla possibilità di trarre un racconto da quelle immagini. Da cosa fuggiva quella famiglia? Da una fuga radioattiva? Dalla terza guerra mondiale? O forse dai marziani? Ma Nathan Never era agli inizi, e l’idea della famiglia in fuga rimase in un cassetto. Mai avrei immaginato di tirarla fuori dopo qualcosa come quindici anni.

E a quel punto, una volta deciso di riaprire quel famoso cassetto, cercai il testo di Seeds per vedere di che cosa parlava effettivamente. E feci una scoperta.

SEMI (1986), Bruce Springsteen

Un uomo aveva scoperto un grande fiume nero,
e spese tutti i suoi soldi per fare un buco nel terreno,
mandò una trivella di ferro giù, giù fin nel profondo

ed ecco perché adesso vivo sulle strade di Houston.


Ho caricato moglie e figli all’arrivo dell’inverno

e siamo venuti qui al sud con le tasche piene soltanto di speranza,

ma ci hanno detto, “ci spiace, adesso è tutto finito”.


Ci sono uomini accovacciati sui binari del treno

e il fischio dell’Elkhorn Special è così forte da spettinarmi

hanno eretto delle tende sull’autostrada in questo sporco chiaro di luna

e io non so dove dormirò questa notte.


Siamo parcheggiati nel deposito del legname, a congelarci il fondoschiena
,
i ragazzi seduti dietro hanno una tosse micidiale,
io dormo davanti con mia moglie,
quando un manganello batte sul parabrezza nel bel mezzo della notte,

dice: “Circolare, amico, circolare.”


C’è una grande limousine nera luccicante,
e per te non c’è niente davanti e più niente alle tue spalle;

dopo che ti hanno steso, quante volte ancora puoi rialzarti?

Giuro che se avessi ancora una goccia di saliva

la sputerei sulla tua cromatura scintillante,

e a casa ci rimanderei voialtri, tutti quanti.

Quindi se vuoi lasciare la tua città, là dove soffia il vento del nord

per andare giù al sud dove scorrono fiumi di dolce soda,
pensaci due volte, è meglio, amico mio,

meglio che ti compri subito un fucile e che lo usi,

perché quaggiù non troverai niente,
soltanto semi soffiati sull’autostrada dal vento del sud.


Nel 1984 la crisi petrolifera aveva colpito duro gli Stati Uniti. E, in concomitanza con la crisi del mercato immobiliare, aveva innescato anche il fallimento a catena di una serie di banche, a cominciare dal clamoroso crack della Continental Illinois di Chicago nel 1984 fino a quello della First City Bancorp di Houston, nel 1988. Nel Texas, nove delle dieci banche più grandi fallirono.

A metà degli anni ottanta, nella sola Houston 150.000 persone si ritrovarono all’improvviso senza lavoro. E nel frattempo l’industria del petrolio aveva attirato laggiù centinaia di famiglie di lavoratori. Gente che si era lasciata tutto alle spalle per emigrare al sud in cerca di lavoro; e ora si trovava, letteralmente, sulla strada, senza un soldo, senza una casa a cui tornare e senza un posto dove andare. Era questo che Bruce Springsteen raccontava, e io non avevo capito nulla. Seeds non parlava di minacce aliene né della terza guerra mondiale. Quei semi “portati dal vento sull’autostrada” erano nient’altro che semi. Ma per quanto riguarda il sottoscritto, sono germogliati in un’idea.