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martedì 18 maggio 2010

DEDICA


One sunny morning we'll rise, I know,
and I'll meet you further on up the road.

In un mattino di sole ci alzeremo, lo so,
e vi ritroverò più avanti, sulla strada.


lunedì 17 maggio 2010

LO SHOW FINISCE QUA




Lo show finisce qua
un altro istante e poi
l'ultimo faro spento
riaccende i sogni tuoi.

La favola è finita,
"c'era una volta", ed ora
resta la fantasia
che va con te.

Che va con te...

Che va con te...

mercoledì 12 maggio 2010

HIGHWAY TO HELL

Per una storia che si conclude sulla strada, un’altra sulla strada comincia. Una storia nera, che ha per protagonista il rapinatore Ray Cassidy. C’è di mezzo una rapina dove non tutto va come doveva andare, un patto col Diavolo nelle sembianze di un vecchio bluesman, l’America degli anni settanta. E forse la strada stavolta porta all’inferno.

Testi di Pasquale Ruju, già sceneggiatore per Dylan Dog e creatore di Demian, cover di Alessandro Poli, numero 1 disegnato da Maurizio Di Vincenzo. L’ultimo blues è solo la prima tappa del viaggio…

domenica 9 maggio 2010

TIME OF YOUR LIFE



Per me è questa la canzone che accompagna idealmente le ultime pagine di Caravan.

Good riddance
è stata scritta da Billie Joe Armstrong subito dopo essere stato lasciato da una ragazza. "Riddance" è difficilmente traducibile in italiano. "To get rid of" significa sbarazzarsi, qui nel senso di "lasciarsi tutto alle spalle" per andare avanti.

Letta alla luce dello spunto che l'ha generata, è una canzone dal tono amaro e sarcastico. Ma presa a sè, senza nulla sapere della sua origine, è una bellissima ballata sul tema dell'addio e su una nuova partenza, nella consapevolezza dell'imprevedibilità della vita.

BUONA SBARAZZATA (IL TUO MOMENTO)

Un'altra svolta,
una biforcazione sulla strada.

Il tempo ti afferra per un braccio,
e ti porta lui sulla strada da percorrere.

Così fa' del tuo meglio in questa prova
e non chiedere perché.

Non è una domanda,
ma una lezione che si impara con il tempo.

E' qualcosa di imprevedibile,
ma alla fine è giusto così,
spero che tu abbia vissuto in pieno il tuo momento.

Prendi le fotografie,
e insieme i momenti che vuoi ricordare,
e mettile sulla mensola
per rivederle nei momenti di gioia,

memorie come tatuaggi
torturano la carne,
per quello che vale,
comunque ne è sempre valsa la pena.

E' qualcosa di imprevedibile,
ma alla fine è giusto,
spero che tu abbia vissuto in pieno il tuo momento.

Green Day, Good Riddance (Time of Your Life)

domenica 2 maggio 2010

mercoledì 21 aprile 2010

SONGS FOR THE ROAD

Quando cominciai a scrivere Caravan mi venne l’idea di introdurre ogni episodio con un verso di una canzone, possibilmente una canzone che avesse come tema la strada o il viaggio. Raccolsi due o tre citazioni, poi lasciai perdere. Nella storia ci sono già diverse citazioni musicali, e non volevo rischiare di appesantire il tutto.

Comunque, nell’ideale colonna sonora di Caravan non potrebbe mancare Springsteen. Se c’è un americano che ha cantato la strada in tutte le sue sfumature è lui, fin dalle prime canzoni. C’è l’imbarazzo della scelta, ma forse le mie preferite sono quelle di Nebraska. Adoro State Trooper, cupa, notturna, e Highway Patrolman, un vero capolavoro.

Decisamente più surreali le canzoni di viaggio di Bob Dylan. Tutti conoscono Highway 61, album seminale della Storia (con la S maiuscola) del rock. Meno noto il blues On the road again (da non confondere con l’omonima canzone dei Canned Heat, rifatta in chiave pop dai Rockets). Anche questa canzone propone una sfilata di personaggi bizzarri, ma qui il tono è di goliardica esuberanza: dal protagonista con le “rane dentro i calzini”, al padre della ragazza che “porta una maschera da Napoleone” fino al “lattaio con la bombetta”.

Desire, uno degli album dylaniani più famosi (per i profani: è quello con Hurricane), contiene due bellissime canzoni “di viaggio”: c’è Romance in Durango, crepuscolare avventura western, famosissima da noi nella versione di Fabrizio De André. E poi c’è One more cup of coffee, che sembra quasi la prosecuzione – molto più matura e suggestiva – della stessa situazione descritta in On the road again. Qui il padre dell’amata non porta una maschera, ma è una figura inquietante: “è un fuorilegge, un vagabondo di mestiere, e ti insegnerà a scegliere e lanciare il coltello”. In ogni caso, tutto quello che ci serve è “ancora una tazza di caffè per andare in fondo alla valle”. Confesso sottovoce che - ehm! - a me piace la versione col sax in uno degli album più detestati dai fans, Live at Budokan. Ma anche la versione aspra proposta dai White Stripes ha un suo fascino. (A proposito degli Stripes, non c'entra col tema del viaggio, ma "ci azzecca" con Caravan: hanno rifatto anche Jolene di Dolly Parton in una straziante versione elettrica quasi "doorsiana". Un po' come ascoltare la dolcissima Diamonds & Rust di Joan Baez nella trascinante versione metallica dei Judas Priest).

Il nome di Tom Waits è legato ad atmosfere notturne e metropolitane, ma anche il buon Tom ha un paio di canzoni "di viaggio" notevoli. Una è Going Out West (da Bone Machine, 1992): "Il mio funzionario della libertà vigilata sarà orgoglioso di me, ho una Oldsmobile dell'88 e un diavolo al guinzaglio". E, andando più indietro, quella che più che una canzone "di viaggio" è una canzone "di partenza" stralunata e surreale: I'll be gone, da Frank's Wild Years: "Berrò l'equivalente di cento naufragi/ stanotte ruberò la tua paga/ dipingerò le lenzuola sul letto/ tutti gli uccelli voleranno via dalla mia testa/ e al mattino me ne sarò andato".

E poi i musicisti cantano anche i loro viaggi “di lavoro”. Quelli delle tournée. Li ha cantati Jackson Browne in The Road (anche questa famosa da noi nella versione di Ron, Una città per cantare). E Paul Simon, almeno due volte: prima in coppia con Garfunkel nella famosa Homeward Bound: “In un tour fatto di serate singole, la giacca e la chitarra in mano, e ogni fermata è programmata per un poeta–one man band”. E anni dopo, da solo, nell’album (e omonimo film) One trick pony canterà di tristi camere di motel e di spiccioli consumati in interurbane, nelle cabine telefoniche dei bar e delle roadhouse.

Mi sono chiesto anche se ci fosse in italiano l'equivalente di certe canzoni. Qualcosa c'è, in effetti. Scavando nel mesozoico o giù di lì ci sarebbe un classico come Ciao amore ciao di Tenco ("la solita strada/ bianca come il sale"...), ma anche Statale 17 di un giovanissimo Guccini. ("Tutta una tirata da Piumazzo a Sant'Anna Pelago", scherza Guccini presentando il pezzo). L'amarissima Scappo di casa di Ivan Graziani. Decisamente più sentimentale Viaggi e miraggi di Francesco De Gregori.

Non manca la sezione "autobiografica" dei musicisti: c'è Sulla strada (perfetto equivalente nostrano di The Road) di Eugenio Finardi (che ha scritto anche Diesel). C'è Bomba o non bomba di un ironico Venditti.

Quanto al grande Fabrizio De André, come al solito fu caustico e controcorrente. L'unico per cui la strada diventò cattiva.

martedì 20 aprile 2010

I SUONI DEL SILENZIO



Esattamente un anno fa, con il post I semi di un’idea, aprivo questo blog. La lavorazione di Caravan era nel pieno del suo corso, con gli ultimi albi ancora da terminare, e l’ultima sceneggiatura completamente da scrivere.

La settimana scorsa, con la revisione del numero 12 e dell’ultima rubrica Sulla strada, la lavorazione di Caravan è terminata. Non c’è una prossima copertina da preparare, né un prossimo riassunto, non ci sono vignette da scegliere per l'anteprima sul sito Bonelli. È finita.

I frutti di quell’idea sono stati raccolti.

È la conclusione di un lungo cammino cominciato esattamente quattro anni fa, con la presentazione del concept della serie.

E dopo l’uscita dell’ultimo episodio, come preannunciato, questo blog chiuderà.

Il mio sito personale non sarà più aggiornato, se non con gli annunci delle uscite dei miei lavori.

In questo ultimo anno sono stato presente in Rete con assiduità. Ho presenziato a diverse fiere. Ho tenuto incontri col pubblico. Ho rilasciato almeno una decina di interviste, praticamente tutte quelle che non avevo rilasciato in vent’anni di attività.

Posso serenamente fermarmi qui.

Che significa la macchina da scrivere qua sotto? Un piccolo pro memoria: un ricordo di quando gli strumenti del fumetto facevano – giustamente – rumore. Più rumore di quel chiacchiericcio di fondo che oggi li sovrasta.

A partire da maggio si torna a lavorare. Come un funambolo del circo, non dentro l’arena, ma sopra. Concentrato, in silenzio. E senza Rete.

sabato 10 aprile 2010

CASH FROM CHAOS

Filthy lucre, ain't nothing new
But we all get cash from the chaos

The time is right to do it now
The greatest rock'n'roll swindle
The time is right to do it now

Sporco lucro, non c'è niente di nuovo,
ma tutti quanti facciamo soldi dal caos.

E' il momento giusto per farla, adesso,
la più grande truffa del rock'n'roll,
è il momento giusto per farla, adesso!

Sex Pistols, The great rock'n'roll swindle




Due giorni fa è morto Malcolm McLaren, noto come "l'uomo che inventò i Sex Pistols". Volevo scrivere un pezzo sul fenomeno Pistols, ma mi ha preceduto Alessandro Vicenzi, nel suo blog.

martedì 16 marzo 2010

LE VIE DEL ROCK SONO INFINITE


Sette anni di silenzio dopo L’uomo occidentale (2003). Cioè sette anni senza un contratto discografico, interrotti solo dal tentativo generoso della Fantastica storia del pifferaio magico (con un solo inedito). Quale peccato avesse commesso Edoardo Bennato per scontare questo purgatorio, non lo so. Ma è storia passata, e guardiamo avanti.

Le vie del rock sono infinite conta 13 brani. Potevano essere di più (personalmente avrei preferito Sinistro o Il gioco delle tre carte al posto di C’era un re, ma pazienza), o forse anche di meno. Perché il materiale, chiaramente composto in tempi diversi, è eterogeneo, e magari qualcosa (Cuba) poteva restare fuori senza rimpianti.

Almeno a un primo ascolto, il sound non mi fa impazzire. La mano del produttore Barbacci (Negrita) si fa sentire, imponendo un rock melodico e pulitino a discapito del Bennato aspro e diretto che amiamo (e che ancora a tratti affiorava nell’Uomo occidentale). È lei e Un aereo per l’Afghanistan sono due ballate tipiche del Bennato degli ultimi decenni. In qualche modo naif nella loro positività, eppure sincere e sentite, con qualche statement esplicito: “Contro guerre senza ragione, contro guerra senza pietà/ contro guerre di chi le vuole/ contro guerre di chi le fa”.

Il capo dei briganti è senza dubbio il pezzo migliore, che associa brigantaggio di ieri e camorra di oggi, in lotta contro uno stato che fa “frastuono” con lo sdegno, ma che alla resa dei conti non riesce a imporsi. Ci sono i consueti divertissement briosi e ironici, Io Tarzan tu Jane, e soprattutto Wannamarkilibera: nella piacevolezza dello scioglilingua qualche battuta va a segno: “o tutte le canaglie vadano in galera, oppure dentro nessuna”.


A mio avviso le cose più interessanti del disco sono quelle del Bennato “intimista” rimasto sempre un po’ schiacciato dal Bennato rock’n’blues ironico e pungente. In amore, musicata con Alex Britti, è una bella canzone sulla difficoltà del parlare d’amore, oltre che del vivere l’amore. C’è una immagine curiosa, nel testo (“ti basta la fede/ti basta la rete e un arpione”), e un accenno che sembrerebbe rimandare alle “coppie scomunicate” di Notte di mezza estate, il successo estivo Bennato/Britti di qualche anno fa: “l’amore va avanti/ tra scritte inquietanti sui muri/ e tra le minacce e l’odio degli inquisitori”, canta Bennato, per concludere che “a volte chi canta canzoni d’amore è stonato/ e chi ha sempre promesso di spiegare l’amore ha imbrogliato”. Una canzone molto più densa di quello che può apparire a un primo ascolto.

Mi chiamo Edoardo e Vita da pirata e sono due canzoni autobiografiche. Anche dopo più ascolti non riesco a farmi piacere la prima, decisamente poco grintosa per il delicato compito di apertura del disco. Molto meglio Vita da pirata: “certe volte con destrezza sono andato all’arrembaggio/ altre volte ho naufragato in mezzo ai guai”. Bennato è ormai un signore sessantenne (è nato nel 1949) che guarda con un misto di tenerezza e ironia al proprio passato. E ho la sensazione che nell’esplosione del ritornello, che affastella le immagini di città vicine e lontane, viste o forse solo sognate, la sua voce sia incrinata da una vena di genuina malinconia.

Interessante anche la chiusura dell’album, affidata a Per noi. “Noi” è una parola poco comune nelle canzoni di Bennato, cane sciolto per antonomasia, e il pezzo assomiglia curiosamente a una preghiera laica, dall’andamento sommesso: “Per noi nemici latitudinali/ impauriti da quello che non conosciamo/ e che forse per questo, soltanto per questo ci odiamo”. Ma la fine è su una nota di speranza: “Per noi, che anche in questo momento/ insieme ci stiamo, e insieme ci stiamo muovendo”.

A sessant’anni suonati, Edo è salpato di nuovo.

sabato 13 marzo 2010

SECONDA STELLA A DESTRA...




E' uscito il nuovo disco di Edoardo Bennato. Io quell'isola continuo a cercarla, Edo. Grazie per avere indicato il cammino, tanti e tanti anni fa.

sabato 13 febbraio 2010

DI ARTISTI E DIPENDENZA

Ho visto l’ago e il danno procurato
una piccola parte di esso in chiunque
ma ogni tossico è come un sole che tramonta.

Neil Young, The Needle and the Damage Done

Ho visto un sacco di tizi che pensavano di essere fichi
e dopo mi son sembrati solo un sacco di cretini,
spero che sentiate quel che dico, mio Dio,
perché anche voi avrete l’occasione di provarla prima o poi.
Non fate cazzate con l’ago e il cucchiaio,
o con qualche “viaggio” verso la luna.
Vi trascinerà via.

Lynyrd Skynyrd, The Needle and the Spoon

E dài, suor Morfina, farai meglio a farmi il letto,
perché tu sai e io so che al mattino sarò morto,
e tu potrai sedere qua accanto e guardare
le bianche lenzuola macchiate di rosso.

Rolling Stones & Marianne Faithfull, Sister Morphine

Il piano ha bevuto
e gli sgabelli del bar stanno andando a fuoco
e tutti i quotidiani scherzavano
e i portacenere sono andati in pensione
e io ho la sensazione
che il piano ha bevuto,
è giusto un’idea che mi è venuta,
il piano ha bevuto e vomiterà il suo pranzo,
è il piano che ha bevuto, non io.
Il piano ha bevuto, e non io.

Tom Waits, The Piano Has Been Drinking

Quando la giornata è finita ma tu vuoi correre ancora: cocaina.
Se hai brutte notizie, e vuoi cacciare il malumore: cocaina.
Lei non mente, non mente, non mente. Cocaina.

Eric Clapton, Cocaine

Più la stringevo, più l’amavo,
Nancy mi aveva stregato,
tutto ciò che conoscevo era la dolce Nancy,
e quel che mi serviva neppure lo vedevo.
Whiskey, Whiskey, Nancy Whiskey,
Whiskey, Whiskey, Nancy–oh.

Shane MacGowan, Nancy Whiskey

Eroina, che sia la mia morte,
eroina, è mia moglie e la mia vita
perché c’è un condotto che dalla mia vena
porta al centro della mia testa
e dopo è anche meglio della morte.

Lou Reed, Heroin

Ho cominciato con il Burgundy
ma presto sono passato a roba più forte
e tutti dicevano che mi sarebbero stati appresso
quando il gioco si fosse fatto duro.
Ma alla fine il fesso ero io
non c’era nessuno a scoprire il mio bluff.
Me ne torno a New York,
credo proprio di averne avuto abbastanza.

Bob Dylan, Just Like Tom Thumb’s Blues

Poi per due anni non ho quasi fatto altro
non ho suonato, non ho fatto l'amore
tiravo il tempo da un buco all'altro
in giro a sbattermi o in casa a dormire
Ma una mattina mi son chiesto:
"come andrà a finire?
Andare avanti, finire in galera,
magari anche morire.

Eugenio Finardi, Scimmia

E poi…

Vivo sulla lama, mi com/muovo nei bassifondi, parlo coi ricercati dallo Stato, brigo, mi procuro e dilapido milioni, poi, rischio, mi struggo, mi umilio, mi arrendo, poi mi faccio e tutto torna bello, più splendente di prima! L’alternativa è la birreria, il lavoro, il risparmio, il normale sfaldarsi del corpo, lo studio, l’amore [e la sua?] ricerca, lo scemo naturale, il simpatico, l’antipatica, due più due fa quattro, sveglia alle otto, viaggi, incidenti in pullman, Milano, cene d’affari, e non valgono quei personaggi più di quell’altri, mutuati della felicità. Palle anche lì, palle peggio di qua. Vuoi mettere risorgere, risorgere, risorgere, risorgere…

Andrea Pazienza, Gli ultimi giorni di Pompeo

domenica 7 febbraio 2010

DEDICATO A MORGAN?



Ho bisogno di qualcuno,
una persona a cui parlare
qualcuno che mi importerebbe di amare
magari sei tu? Magari sei tu?
Le cose si complicano, vado nel panico,
non sono all'altezza,
è proprio un'abitudine,
"ehi, ragazzo, sei malato",
beh, tesoro, è così.

Potete anche andarvene tutti a quel paese,
dietro di me vedo che mi fissano,
mi faranno male di brutto, ma me ne fregherò,
mi faranno male di brutto,
lo fanno di continuo, sì, sì, lo fanno di continuo...

"Spero tu sappia che questo
finirà nella tua scheda e ci resterà"
Ah, sì? Beh, non ti agitare così,
per caso ho detto che sono impressionato?

Ne mando giù una, una, una perché mi hai lasciato,
e due, due, due per la mia famiglia,
e tre, tre, tre per il mio mal d'amore,
e quattro, quattro, quattro per l'emicrania,
e cinque, cinque, cinque per la mia solitudine,
e sei, sei, sei per la mia tristezza,
e sette, sette per n-n-nessun domani,
e otto, otto, ho scordato perché otto,
e nove, nove, nove per un dio perduto,
e dieci, dieci, dieci, dieci per tutto, tutto, tutto, tutto...

Potete anche andarvene tutti a quel paese,
dietro di me vedo che mi fissano,
mi faranno male di brutto, ma me ne fregherò,
mi faranno male di brutto,
lo fanno di continuo, sì, sì, lo fanno di continuo...


Violent Femmes, Kiss Off


mercoledì 23 dicembre 2009

MUST BE SANTA POGUES

Ormai vicino alla settantina, Bob Dylan sembra avere fatto pace con il suo passato e avere accettato il suo status di icona del ventesimo secolo. Nel ventunesimo può fare quel che gli pare: ha fatto un (altro) film stravagante, uno spot pubblicitario per una linea di lingerie, uno per la Apple, e ha affidato alla catena Starbucks la commercializzazione dei leggendari "Gaslight Tapes" finora reperibili solo come bootleg.

A questo punto gli mancava solo una raccolta di canzoni natalizie. Ha fatto anche questo. Intendiamoci, tutte cose di cui noi appassionati avremmo fatto volentieri a meno, ma His Bobness è ormai al di là del bene e del male. Qui reinterpreta un classico natalizio, una canzoncina per bambini dal titolo Must Be Santa, e sembra rifarsi ai Pogues sia nell'arrangiamento musicale sia nelle atmosfere del video.

Per una volta facciamo a meno della malinconia natalizia di John Lennon, e permettetemi di augurarvi un felice e spensierato Natale.

martedì 22 dicembre 2009

UNA CANZONE PER NATALE



FAVOLA DI NEW YORK

Era la vigilia di Natale,
nella cella che custodiva gli ubriachi,
un vecchio mi disse: “Al prossimo non ci arrivo”
e poi cantò una canzone,
The Rare Old Mountain Dew
E io voltai la faccia
e sognai di te.

Ho avuto fortuna alle scommesse,
è venuta fuori diciotto a uno,
ho la sensazione
che quest’anno è per me e per te.
Perciò buon Natale,
ti amo, piccola,
vedo arrivare un tempo migliore
che vedrà i nostri sogni avverarsi.

- Hanno automobili spaziose come bar,
hanno fiumi d’oro,
ma qui il vento ti pugnala,
non è un posto per vecchi.
Quando hai preso la mia mano per la prima volta,
in una fredda vigilia di Natale,
tu mi hai promesso,
che Broadway era là ad aspettarmi.

Eri bellissimo -
- E tu pure eri bella,
la regina di New York City,
quando l’orchestra finì di suonare,
la gente chiese il bis.
Sinatra swingava,
ogni ubriaco cantava,
ci baciammo all’angolo di una strada,
e poi ballammo attraversando la notte. -

I ragazzi del coro della polizia
cantavano Galway Bay
e i rintocchi delle campane annunciavano
il giorno di Natale.

- Sei un buono a nulla, un relitto
- E tu una vecchia puttana tossica
sempre stesa sul letto come un moribondo sotto flebo
- Spazzatura ambulante, smidollato,
frocio da due soldi,
Buon Natale un accidente,
prego Dio che sia l’ultimo con te.

- Potevo essere qualcuno, io!
- Seeh, come tutti.
Mi hai portato via i sogni
dalla prima volta che ti ho visto.
- Ma io li ho tenuti con me, bambina,
li ho messi insieme con i miei,
e da solo non posso farcela,
i miei sogni li ho costruiti intorno a te.

I ragazzi del coro della polizia
cantavano Galway Bay,
e i rintocchi delle campane annunciavano
il giorno di Natale.

Shane MacGowan & Jem Finer, 1988

Fairytale of New York è la canzone di Natale più bella (e più triste) degli ultimi trent’anni (trovate qui la versione con il testo). Tra l’altro, un modo per ricordare la brava e sfortunata Kirsty McColl, a nove anni dalla sua scomparsa. Due settimane fa il comitato che chiedeva giustizia per la sua morte si è sciolto, dopo l’archiviazione definitiva del caso da parte delle autorità messicane.

Prometto che per Natale ci faremo auguri “americani” con qualcosa di più allegro.

lunedì 14 dicembre 2009

IL DUOMO DI NOTTE



Piroette di sabbia e le guglie del Duomo
differenza tra pietra e le voglie di un uomo
che ha per vita una gabbia
liberata dal sesso, gonfia di verità,
partorita con gioia nel lontano ricordo,
con le doglie sincere di una maternità
che alla luce, di notte, nella piazza e con rabbia
ha donato, confusa, il suo figlio balordo.

E la vera ragione delle notti impegnate,
dei romanzi creduti, degli amori sbagliati
non la devi cercare dentro i mari delusi
che ti scusano i sogni, le ignoranze, i delitti.
Il suo posto lo trovi nella ruota del giorno,
nello scrigno privato di egoismi e di abusi
e le mani affrettate a cercare gioielli
nella sabbia han trovato, confuse, relitti.

Il dispetto felice sulla voglia che nasce,
contrappeso all'istinto, alla cosa che piace,
la condanna del tempo, della gente del posto,
e il ritorno dal viaggio che ti ha fatto sperare
e la stella seguita si è stancata di darti
e brillare.

Alberto Fortis, Il duomo di notte (1979)

martedì 8 dicembre 2009

THE CHEROKEE MORNING SONG



We n' de ya ho, we n' de ya ho...

The Cherokee Morning Song
l'ho trovata nel corso delle mie peregrinazioni in Rete, alla ricerca di materiale sui Cherokee per Caravan numero 7. Ho poi scoperto che una versione di questa canzone è stata inclusa nell'album Music for the Native Americans, del grande Robbie Robertson.

In attesa che la tecnologia renda possibile inserire l'audio nei fumetti, potete sempre leggere la conclusione dell'albo tenendo in sottofondo questa canzone.

lunedì 30 novembre 2009

UNA BOTTA DI MALINCONIA



Now I been out in the desert,
just doin' my time
Searchin' through the dust,
lookin' for a sign
If there's a light up ahead
well brother I don't know
But I got this fever burnin' in my soul
Further on up the road
Further on up the road
Further on up the road
Further on up the road
One sunny morning
We’ll rise I know
And I’ll meet you further on up the road.

Bruce Springsteen, Further On Up the Road

Perdonatemi. Ho appena scritto la parola Fine sulla tavola 94 del numero 12 di Caravan. E la fine di ogni viaggio porta un po’ di malinconia.

sabato 21 novembre 2009

TEMPO, TEMPO, TEMPO...

Time, time, time, see what's become of me
while I looked around for my possibilities
I was so hard to please
but look around, leaves are brown now
and the sky is a hazy shade of winter.

(Paul Simon, A hazy shade of winter)


Quando rileggo La Storia del West non posso fare a meno di chiedermi come facessero gli autori a documentarsi. All'epoca (gli anni a cavallo tra i decenni degli anni sessanta e dei settanta) non c'era internet. Certi libri li trovavi solo in librerie ben fornite e nelle biblioteche, a meno di non avere un colpo di fortuna rovistando nelle bancarelle dei mercatini. Se scrivere materialmente un fumetto richiedeva il suo tempo, la ricerca della documentazione ne richiedeva molto di più.

Un luogo comune dice che oggi tutto è "a portata di click", ma il risparmio di tempo è molto relativo. E sarà anche vero che "su internet si trova tutto". Il problema è che devi cercarlo. Scrivendo Caravan, non mi sono reso conto di quanto tempo richiedessero certe ricerche fino a quando non ho scritto il numero 6.

A volte, certo, la memoria ti soccorre: per esempio, ricordavo perfettamente che Daryl Hall e John Oates, oggi pressoché dimenticati in Italia, all'epoca erano in cima alla top ten negli USA (forse qualcuno ricorda Man Eater, riproposta pochi anni fa da Nelly Furtado: "oh oh here she comes, watch out boy, she'll chew you up"...). Perfettamente normale, quindi, che una Stephanie ventenne ne andasse matta.


E poi è stato semplice verificare che La zona morta di Stephen King (che Bertrand legge in francese, con il titolo L'accident) è del 1979. Quindi è verosimile una ristampa posteriore all'uscita del film di Cronenberg, che è del 1983. Mi spiace un po' che nessuno abbia notato che Bertrand sceglie accuratamente le sue letture. Anche il protagonista della Zona Morta, infatti, deve uccidere un politico.

La sveglia di Lupo Alberto è un anacronismo del tutto volontario. Nel 1985 Lupo Alberto aveva già la sua pubblicazione (nel formato "orizzontale" che conosciamo), ma il merchandising fiorì intorno al 1988, qualche anno più tardi della nostra storia.

Fin qui tutto bene. Il resto, invece, è stato un po' complicato. Perché, per quanto affidabile sia Google e ti porti dappertutto ("anche dove non volevi", cantano Elio e le Storie Tese), nemmeno Google è in grado di dirti in un istante quanto costava un caffè nel 1985 (400 lire); oppure se nel 1985 si utilizzavano già le schede telefoniche (risposta: le prime schede telefoniche furono realizzate nel 1976, e cominciarono a diffondersi a metà degli anni ottanta). E non solo: dato che il disegnatore deve disegnare, bisogna vedere com'erano fatti all'epoca i telefoni pubblici (ricordandoci che la SIP era SIP, e non ancora Telecom).


Scoprire o ri-scoprire tutto ciò, visionando decine di siti (spesso per scoprire che l'autore dell'articolo ne sapeva meno di me), ha richiesto il suo tempo. Così come studiare sulla cartina e poi fotografare le strade attraversate da Massimo nella sua corsa disperata. I fiorentini avranno probabilmente riconosciuto il famoso caffè Paszkowski in piazza della Repubblica. Pochi, magari, avranno riconosciuto il tabernacolo con la Madonna con Bambino, che fa parte della ex chiesa di San Pancrazio in via della Spada. Quanto a Via Sant'Onofrio, naturalmente esiste davvero, anche se non c'è nessun negozio di elettrodomestici.


Se America, America mi ha portato via un bel po' di tempo per la documentazione, il numero 7, che leggerete il mese prossimo, è stato altrettanto impegnativo.

Confesso di non sapere molto delle tribù indiane, se non quello che ho visto nei film western. Ecco perché decidere a quale tribù doveva appartenere il vecchio indiano protagonista di Al centro del nulla è stato già problematico. Non ricordo più come e perché alla fine ho optato per un Cherokee. Il passo seguente è stato dargli un nome (ne ho cambiati almeno tre, cercandone uno che non suonasse buffo all'orecchio italiano), e poi "battezzare" tutta la sua famiglia.

Ma almeno un elenco di nomi si scorre in fretta. Scegliere la leggenda che il vecchio Adahy doveva raccontare è stato un lavoro più lungo, anche se sono particolarmente soddisfatto del risultato: la favola della nascita dell'autunno per me è bellissima (spero che sarete d'accordo con me quando la leggerete), e mi ha fornito anche lo spunto per il drammatico finale della storia.

Perfino scegliere una semplice battuta ha richiesto il suo tempo. Confesso che fino ad allora non mi ero mai posto il problema di cosa facesse ridere i nativi americani. Ma il problema, ovviamente, non era tanto trovare una battuta divertente per loro: era trovare una battuta che facesse perlomeno sorridere anche il lettore italiano (e che fosse appunto una battuta, non una barzelletta che avrebbe riempito diverse vignette).

Search dopo search, link dopo link, pagina dopo pagina, il tempo è scivolato via inesorabile, facendomi accumulare un ritardo mostruoso sul numero 8. Che aveva un plot molto semplice e, nelle mie intenzioni, doveva essere un lavoro veloce... fino a quando non mi è venuta l'idea di inserire nella trama il racconto di due fatti storici. Di cui, ovviamente, riparleremo a tempo debito. Già.

Tempo, tempo, tempo...

sabato 7 novembre 2009

RINNEGATO, NON TI CONOSCIAMO PIU'!



Dopo l'assegnazione dei premi Gran Guinigi a Lucca Comics & Games, i giornali sardi l’Unione Sarda e La Nuova Sardegna rilevano con legittimo orgoglio che un sardo si fa onore sulla ribalta nazionale.


domenica 11 ottobre 2009

I SEE BAD TIMES TODAY


Chi sostiene di avere a cuore le sorti del fumetto dice che non è un male se ci saranno meno fumetti. L’importante è che siano buoni, no?

Il tipico nerd fumettomane è convinto che verrà un’Apocalisse che risparmierà i giusti. Una divinità collerica ma benigna punirà i malvagi facendo chiudere le loro serie (di infimo livello qualitativo) e lascerà salvi gli Artisti con la A maiuscola.

Mi spiace deludere il nostro nerd: quando la falce della Grande Crisi si abbatterà su di noi non farà differenze tra uomini e donne, militari e civili, artigiani e artisti, quelli che hanno letto Watchmen e quelli che sono fermi a Tiramolla. Ci spazzerà via tutti, decretando la fine del mestiere del fumetto.

Questa prospettiva non turba affatto chi vede con simpatia la crisi dei mezzi di produzione capitalistici, e di conseguenza l’ipotesi di fumettisti costretti a timbrare il cartellino di giorno e a lavorare la notte. Dopotutto, cosa vogliono questi scansafatiche? Quello dei fumetti “non è lavoro vero”. Come si dice, “non è mica come in miniera”.

Secondo queste anime belle, il lavoro artistico, una volta libero dalle catene della produzione capitalistica, si monderà di ogni impurità e di ogni compromesso. E uscirà immacolato dalle mani dell’artista per proporsi al lettore in una mirabile comunione di anime elette.

Questa è una sciocchezza che bizzarramente riacchiappa “a sinistra” la convinzione religiosa (o superstiziosa, fate voi) dell’artista che, ispirato da Dio, non ha bisogno d’altro che ascoltare la Sua voce. Ed è una sciocchezza pericolosa. Pericolosa perché sposta il discorso relativo all’arte sul piano metafisico, verso un’Arte come Verità Rivelata che non ammette critiche, perché non è mica prodotta in serie. È Arte perché sì, e tanto basta. Tutti saranno artisti, basterà proclamare di esserlo. Ma se tutti saranno artisti, la conseguenza – ipocritamente ignorata – è che nessuno sarà artista.

La verità è che non c’è arte senza artigianato. Non c’è arte senza senza l’apprendistato, senza gli errori. Non c’è arte senza il confronto con i mezzi di produzione, con la committenza, perfino con la censura. Non c’è arte senza Classici da emulare o da abbattere. E tutto questo non si può avere – o al massimo si può avere assai raramente – con un’arte a mezzo servizio, praticata nei ritagli di tempo. L’arte è pratica quotidiana. L’arte si impara, giorno dopo giorno.

Ne avevamo già parlato qualche anno fa. Per almeno due decenni (gli anni sessanta e settanta) in Italia sono maturati talenti straordinari. È stato possibile perché l’editoria era così fiorente che consentiva infinite occasioni di lavoro. Chi voleva “fare i fumetti” poteva esordire facilmente. E i talenti avevano la possibilità di crescere e affinarsi attraverso esperienze diverse, trovando infine ciascuno un proprio percorso.

Oggi questa possibilità è ridotta al minimo. Diciamo pure al grado zero.

E quando il fumetto – il fumetto popolare, quello che va in edicola ogni mese – scomparirà dagli scaffali, sarà la fine del mestiere del fumetto in Italia. Il medium fumetto non scomparirà, naturalmente. Rimarrà come hobby da dopolavoro, o come reperto archeologico per paleontologi della cultura e per nostalgici, oppure come fenomeno modaiolo da riproporre ciclicamente come vintage.

Forse – io ne dubito – sarà comunque un fumetto di Alto Livello Qualitativo. Ma non sarà più quella forma d’arte pulsante e vitale che ha inciso nell’immaginario di un secolo.