giovedì 3 dicembre 2009

PUNTI DA PONDERARE

Molti anni fa, quando ancora stavo imparando l’abc del fumetto, mi capitò di leggere una curiosa affermazione di Alfredo Castelli: “ogni tavola dovrebbe chiudersi con un punto interrogativo o esclamativo”.

Dovetti andare a guardarmi alcuni albi per capire cosa volesse dire. Perché ovviamente ci sono pagine che non si concludono con un punto, ma, per esempio, con dei puntini di sospensione. O con una vignetta muta. Chiaramente la frase di Castelli non era da interpretare alla lettera. Il decano degli sceneggiatori italiani voleva dire che l’ultima vignetta di una tavola non dovrebbe spezzare una scena. E nemmeno spezzare un dialogo.

Per intenderci, se Jack sferra un pugno a Bill, il pugno non dovrebbe trovarsi sulla tavola successiva, e dovrebbe raggiungere il mento di Bill – sock! – nell’ultima vignetta.
Oppure, se l’ispettore Hotchkiss sta rivelando il nome dell’assassino (“Perché a uccidere Mary Ann non è stato Alan Carter, ma…”), sarebbe meglio che la rivelazione non avvenisse nella tavola successiva.

Se avete una scena con Jim che sta morendo, e che sta raccomandando al suo amico Billy di dire a Susan che lui l’ha sempre amata, evitate di prolungare l’agonia del povero Jim fino alla tavola successiva. Fategli esalare l’ultimo respiro nell’ultima vignetta della tavola. Darà un senso di “compiutezza” alla scena.

Insomma: si parla di punto “metaforico”. Di un beat (battito), come dicono i manuali di sceneggiatura americani, che chiude non necessariamente l’intera scena, ma un momento della scena.

Vi avviso: almeno all’inizio, chiudere “col punto” è molto più semplice a dirsi che a farsi. Vi ritroverete sempre con una vignetta in più e vi sembrerà impossibile tagliarla. Ma non è impossibile. È solo questione di abitudine. Se avrete la fortuna di scrivere per anni, questo modo di scandire la scena alla fine vi sembrerà naturale, e addirittura troverete difficile modificarlo.

La chiusura “col punto”, ovviamente, spesso coincide con la chiusura in toto della scena, il che porta a uno stacco di tempo/luogo con la prima vignetta della tavola successiva. In questo modo il passaggio acquista fluidità. Cambiando pagina, il lettore è condotto in maniera “naturale” al cambio di scena.

Niente vieta, ovviamente, di “staccare” su una nuova scena a metà tavola. Ma il geniale Castelli mi spiegò, anni dopo, che dietro questa “sistematizzazione” degli stacchi non c’erano solo ragioni di ritmo narrativo. Scrivendo molte sceneggiature contemporaneamente, gli capitava spesso di intervenire “a posteriori” sulle storie spostando intere sequenze. Ovviamente, se una scena cominciava con la prima vignetta della prima tavola e si chiudeva con l’ultima vignetta dell’ultima tavola, lo spostamento era molto più facile. Si trattava semplicemente di sfilare quel blocco di tavole dal mucchio e metterle più avanti o più indietro, dove era necessario. Al massimo si ritoccava qualche didascalia o qualche parola di testo.

Ma se una scena “attaccava”, per esempio, con la terza vignetta di una tavola, lo spostamento era problematico: in quel caso si dovevano prendere le forbici, ritagliare materialmente mezza tavola, e poi disegnare ex novo tre vignette per dilatare la chiusura della scena precedente. Un procedimento che richiedeva il suo tempo, e che aveva i suoi costi.

La chiusura della scena a fine tavola oggi è procedura standard per tutti gli sceneggiatori, e probabilmente fa parte di quel DNA bonelliano di cui si è già parlato in questo blog.

18 commenti:

Pietro B. Zemelo ha detto...

è una riflessione interessante... però mi trovo d'accordo solo a metà.
Mi spiego: molto spesso il lettore deve essere portato a leggere e accompagnato, è necessario attirarlo in qualche modo, specie se si tratta delle prime pagine di una storia. Io credo che uno stratagemma molto usato e molto efficace sia quel "senso di suspance" creato nello spezzare un'azione tra due tavole.
Se l'ispettore Hotchkiss sta rivelando il nome dell'assassino, e la tavola si chiude con "non è stato Alan Carter, ma..." qualunque lettore, anche quello di passaggio sarà irresistibilmente tentato di girare pagina per scoprire come va avanti.
Questa cosa crea un tempo maggiore di lettura che, se normalmente lo spazio tra due vignette è colmato all'istante, in questo caso il tempo si dilata per tutto il tempo necessario per spostare l'occhio sull'altra pagina o, meglio, dovendo sfogliare l'albo per arrivare alla successiva, creando attesa e interesse.

Ora, non dico che questa cosa deve valere per ogni tavola, anzi! Se poi la storia è interessante di suo non c'è bisogno di ricorrere a questi trucchetti per far sì che funzioni... tuttavia può essere un'efficace stratagemma che non va sottovalutato.

Michele Medda ha detto...

Pietro, ovviamente quello che dici si può fare, ma mi sembra soltanto un espediente pavloviano "stimolo-risposta" per costringere il lettore a girare subito pagina. E senza aggiungere niente di narrativamente valido alla costruzione della scena.

Un po' come in quel programma tivù con l'apertura dei pacchi, quando il presentatore dilata sadicamente l'annuncio del contenuto del pacco. Ti sparano la musica a tutto volume e inquadrano in primo piano il concorrente che suda, con gli occhi pallati. Stacco sui parenti che si mordono le unghie. Stacco sul presentatore che sogghigna, etc. etc.

Per riprendere la definizione di David Mamet, c'è un punto oltre il quale la suspense diventa "stimulus", e non "drama".

Matteo ha detto...

Ciao a tutti,
si, è vero, l'espediente del « gira pagina », dovrebbe essere proprio il punto interrogativo a cui si riferiva Alfredo Castelli. In genere sempre in una pagina dispari, cioè in una pagina di destra, ed era pensato proprio per creare attesa.
Ci sono diverse pagine di Tintin che finiscono in questa maniera.
In ogni caso rispetto a Tintin bisogna ricordare che spesso a quell'epoca le storie venivano pre pubblicate a puntate settimanali e perciò si utilizzava questo metodo per provocare interesse rispetto al seguito della storia.

MaxBrody ha detto...

L'hai letto sul famoso libretto "Come si diventa un autore di fumetti"?
Conoscendo l'amore di Castelli per il fumetto americano per quotidiani (a striscia), può essere che questa sua - e tua - idea (che condivido, anche se, visto che tutto si evolve, qualche volta non è male fare come suggerisce Pietro) derivi dal fatto che ogni striscia rappresentasse una gag o un'azione compiuta, quindi con una sua "trama" interna? (mi sarò spiegato?)

Michele Medda ha detto...

Sicuramente questa "sistematizzazione" teorizzata da Castelli ha una sua origine precisa nelle storie a puntate, soprattutto nelle strisce avventurose. In quel caso, raccontare una scena compiuta e nello stesso tempo stuzzicare il lettore per rimandarlo "alla prossima puntata" era indispensabile.

Nei nostri fumetti, però, la chiusura della tavola "col punto" ha perso la funzione di "stimulus" ed è diventata "drama". Cioè ha perso la sua applicazione pratica (il lettore ha già in mano una storia completa, non ha bisogno di essere sollecitato all'acquisto della puntata successiva), ed è diventata una connotazione "ritmica" della storia, qualcosa che ha a che fare col respiro narrativo.

Per MaxBrody: sì, è probabile che il discorso dei punti fosse presente nel famoso libretto "Come si diventa un autore di fumetti" allegato a Eureka nei primi anni ottanta (1982, mi pare).

Mattia Bulgarelli (K. Duval) ha detto...

Alzo la mano da bravo scolaretto e chiedo: ho l'impressione che la Gabbia fissa renda molto più difficile chiudere la tavola "col punto" rispetto allo sceneggiare con un numero di vignette (e composizione delle stesse) libero.
È così?

Michele Medda ha detto...

Mattia, la gabbia fissa non è mica così fissa, e il numero delle vignette varia da un minimo di tre a un massimo di nove.
Per esperienza posso dire che in una scena di dialogo si riesce sempre a chiudere col punto. "Punteggiare" una scena d'azione è più difficile, specie se hai un numero limitato di tavole in cui comprimere la scena.

Carlo ha detto...

Sulla pagina dispari (da inesperto di sceneggiatura) ci avevo ragionato anche io. Con questo post, mi vengono in mente le parole di Raffaelli (o forse di Sergio Bonelli) su Tex a colori. La nuova storia di Tex nel volume di Repubblica viene spezzettata dopo 23 pagine e sembra quasi una magia (sicuro talento di Gianluigi Bonelli) che ad ogni pagina si possa mettere la scritta "continua" lasciando suspance per il nuovo numero a seguire anche se non è il "vero" continua.

Michele Medda ha detto...

Di quale storia si tratta? Sarebbe interessante vedere se è una storia concepita per il vecchio formato a striscia o se per il formato attuale.

Carlo ha detto...

Quelle attuali (intorno al n° 311 del Tex mensile Bonelli) anche se siamo quasi alla fine delle storie scritte da Bonelli. Quindi le storie da 113 pagine dell'attuale Tex e non quelle a striscia.

Ad esempio nel numero 149 (del Tex a colori) fanno terminare una storia di Tex dopo una trentina di pagine interropendo con un CONTINUA forzato ma che ci sta bene secondo me...Non ricordo però se la storia in questione è di Nizzi O Bonelli, credo di Nizzi.

Michele Medda ha detto...

Beh, a pensarci bene non è affatto strano. Se è vero, come dice Castelli, che la struttura "col punto" deriva dalle vecchie strisce avventurose, in effetti il vecchio Gielle scriveva proprio alla maniera delle vecchie strisce avventurose, anche se non per i quotidiani. Nel Tex degli esordi l'unità narrativa era la striscia, non la tavola. Gielle aveva ormai metabolizzato quel modo di scrivere, ed è logico che lo abbia mantenuto - con qualche minimo adattamento - anche quando è cambiato il formato.

Carlo ha detto...

Mi sa che da oggi in avanti quando leggerò un fumetto a fine pagina (soprattutto quelle dispari) controllerò se ci sta bene il CONTINUA!

Michele una domanda che mi frulla fresca fresca del mattino...
Come mai nei fumetti italiani abbiamo i "baloon che pensano" del tipo: (Uhm!) mentre nei comics americani sono inesistenti o meglio...Sono forse pensieri le frasi messe tra parantesi del tipo:

"Maledetto ragno (che a pensarci sono pure simpatici!) questa è la tua fine!!!"

Michele Medda ha detto...

Come le vecchie didascalie ("in un lampo, il ranger estrae la pistola e preme il grilletto, un istante prima che la lama del malvagio Zeke cali sulla ragazza"), i balloon di pensiero un tempo erano una scorciatoia narrativa. Trasmettevano al lettore informazioni che un disegno inefficace non riusciva a trasmettere.

Tuttavia, nel famoso DNA del fumetto popolare italiano il balloon di pensiero è rimasto (sinceramente su due piedi non so dirti se lo stesso valga per il fumetto franco-belga). E' un espediente narrativo che abbiamo ereditato da un fumetto ancora poco sicuro dei propri mezzi, che ritiene di dovere accompagnare per mano il lettore; si sottolinea qualcosa che in realtà dovrebbe risultare ovvio da una lettura non superficiale.

Io tendo a usare poco i balloon di pensiero (in Caravan non ci sono proprio), ma credimi, a volte è l'unico modo per rendere comprensibile una scena. Scrivendo scene d'azione complesse su Nathan Never, qualche volta mi è capitato di ricorrere ai pensieri dei personaggi. L'alternativa sarebbe ridisegnare: scelta spesso impraticabile per ragioni di tempo e di denaro. Nel caso di Dylan Dog, Sclavi ha sempre usato i balloon di pensiero, e in tal caso mi adeguo.

Carlo ha detto...

Capito! Grazie della delucidazione! Eh si che Nathan Never a didascalie è un personaggio che pensa molto!!!
A volte trovo "ridicolo" (o meglio divertente) quando il personaggio parla da solo a voce alta.

Guardando una sceneggiatura presente nel tuo sito trovo "semplice" la "spiegazione" al disegnatore per un fumetto bonelliano, per via delle 6 (ma non sempre sei, a volte 1/2, 3/4 Verticale ecc...Credo di essermi spiegato...) vignette standard, mentre mi domando e credo che sia complicato (o almeno lo penso io...) la sceneggiatura di un layout con Splash Page e varie vignette sparse in un comics americano... Se dovessi sceneggiare una tavola simile sono molte le domande che mi farei per poter "spiegare" al disegnatore quello che voglio scrivere e vedere illustrato.

MaxBrody ha detto...

Michele disse: Tuttavia, nel famoso DNA del fumetto popolare italiano il balloon di pensiero è rimasto (sinceramente su due piedi non so dirti se lo stesso valga per il fumetto franco-belga).

Qualcosina in Tintin c'è (almeno nella traduzione di Goria), meno rispetto a quello italiano, comunque.
Tornando al discorso generale, mi viene in mente che anche in Rat-Man molte gag terminano a fine tavola (ad esempio, quando ci sono molte vignette uguali o differenti solo in minimi particolari e solo nell'ultima vignetta la gag finale). E' un discorso applicabile a molte tipologie di fumetto e che, oltre a contribuire a tenere la suspance o a rendere più semplice la riscrittura delle sceneggiature, contribuisce anche a rendere le storie "sgangherabili", come diceva il buon Eco.

Marco ha detto...

Sulle didascalie di pensiero, a me sembra che l'uso che se ne fa in Dylan dog o Nathan Never sia maturo e consapevole, il più delle volte. rientra appieno in quella idea moderna dei comics come un linguaggio "polifonico" (D.Barbieri, I linguaggi del fumetto, bompiani), in cui la parola è uno dei tanti strumenti al servizio degli autori, per creare un discorso più complesso. Tanto per fare un esempio, possiamo rileggere "Memorie dell'invisibile" di Sclavi e Casertano. o "Dirty Boulevard" di Michele Medda e metterlo a confronto con "il totem misterioso" di Bonelli e Galeppini, e capiremo quanta strada ha fatto il fumetto bonelliano dalle origini a oggi.

Michele Medda ha detto...

In realtà, a parte Nathan Never e qualche Dylan Dog, non mi sembra che le didascalie siano molto usate nel fumetto bonelliano. Ovviamente non compaiono nelle serie classiche (Tex, Zagor, Mister No, Martin Mystère) se non come "raccordo". Ma mi pare che anche serie moderne come Dampyr siano abbastanza refrattarie all'uso della didascalia come "voce"nel racconto.

Non va dimenticato poi che il fumetto americano ha fatto di necessità virtù, dato che ha sempre viaggiato su un numero di pagine ridotto (22-24, in media). Per cui, comprimere la narrazione era una necessità, e in questo le didascalie "di racconto" (e non di raccordo) erano e sono uno strumento efficacissimo.

Ricordo che anche la scuola sudamericana faceva abbondante uso della narrazione in terza persona. Paragonando i fumetti sudamericani di Lanciostory con quelli bonelliani, per me la differenza che saltava agli occhi era proprio il racconto tramite le didascalie.

gianluca ha detto...

Effettivamente una volta ho letto un albo (non ricordo quale fosse, forse un John Doe?) con stacchi di scena a metà pagina... sarà stata un'inconscia abitudine al modus bonelliano, ma mi dava fastidio..