giovedì 20 agosto 2009

BACI O SPARI? (ANCORA SUI FINALI)


Happy ending oppure unhappy ending? Finisce che lui si salva o muore con tutti gli altri?

Credo che il dilemma lieto fine/finale negativo sia un finto dilemma. Ci sono infinite possibilità tra il banale happy ending hollywoodiano anni cinquanta e l’altrettanto stupido finale negativo di certi horror.

D’altronde, un finale negativo può essere “giusto” senza risultare irritante.

Uno dei miei film preferiti è Voglio la testa di Garcia: si conclude col fermo di fotogramma sulla canna fumante di un mitra. Il film è un tipico noir con l’eroe (anti–eroe, nel nostro caso) maledetto, che sfida il Fato e ne esce sconfitto. Il film di Peckinpah ha una struttura da tragedia shakespeariana tipica di molti noir, e pretendere un lieto fine sarebbe ridicolo.

Un altro finale tristissimo che adoro è quello di Gallipoli – Gli anni spezzati di Peter Weir. Qui, come in molti film bellici, l’esito infelice della vicenda personale dei ragazzi racchiude (o riverbera con più vigore, fate voi) la tragedia collettiva della guerra.

Peter Weir è un regista che ha sempre qualcosa da dire, ed è particolarmente attento ai finali, a cominciare da quello, decisamente spiazzante, di Picnic a Hanging Rock . Ve lo immaginate un finale che offre una soluzione “razionale” alla scomparsa delle ragazze?

Oppure pensate al finale di Witness, in cui la ricomposizione dell’ordine sociale con la cattura dell’assassino (lieto fine, quindi) non placa il “disordine” dei sentimenti (di John e Rachel, ma anche quelli dello spettatore).

E quello dell’Attimo fuggente è un lieto fine? Nella prima versione della sceneggiatura il professor Keating, minato dalla malattia, moriva. Weir cambiò le cose. Ora, nessuno può dire che quello de L’attimo fuggente è un lieto fine, ma credo che “Oh, capitano, mio capitano” resti uno dei finali più emozionanti e “positivi” mai visti al cinema.

E pensiamo anche a quanto è sottile il finale di Master and Commander, un film avventuroso senza troppe riflessioni; ma da quel finale beffardo (benché “lieto”) filtra un messaggio irridente verso la retorica di cui è imbevuto l’eroe.

Il faccione di Russell Crowe è presente in un altro film famosissimo, che nella sua “leggerezza” di film avventuroso ci porta al cuore del problema: definireste “lieto” il finale del Gladiatore, col povero Massimo morto nell’arena?

La mia risposta è che sì, possiamo considerarlo un lieto fine. Perché? Perché Massimo ha conseguito il suo obiettivo, vendicare l’assassinio dei suoi cari.

Ogni storia è il racconto di un personaggio che deve conseguire un obiettivo. È in base al conseguimento o al mancato conseguimento di un obiettivo che definiamo il finale “positivo” o “negativo”.

Ma se il finale “positivo” è quasi sempre accettato senza troppe difficoltà, il finale “negativo” ha bisogno di una motivazione in più per reggere. Quando quella motivazione regge, ci alziamo dalla sedia dispiaciuti per la sorte dei personaggi, ma non ci sentiamo traditi.

Non ci sentiamo traditi dal finale di Carlito’s Way, in cui riconosciamo la struttura della tragedia, con l’eroe che si batte contro il destino. E perde. Riconosciamo il valore “eroico” della sua sconfitta allo stesso modo in cui riconosciamo quello del Mucchio Selvaggio, che va incontro al massacro per coerenza, per non tradire un amico.

Non ci sentiamo traditi dall’infelice esito della fuga di Thelma & Louise. Riconosciamo il valore della libertà che le due donne si sono conquistate per un tempo troppo breve.

Non ci sentiamo traditi dal finale cupissimo di un film molto sottovalutato, La tempesta perfetta. Sotto la patina del blockbuster si nasconde un film quasi steinbeckiano, in cui la lotta dei pescatori con la forza implacabile della Natura assume una dimensione titanica.

In parole povere: il finale “negativo” ha bisogno di avere un senso. Di elaborare qualcosa che assomiglia a un valore. E questo valore possiamo darglielo solo con una costruzione accurata della storia. Il che implica che dobbiamo chiederci “di che cosa stiamo parlando in realtà?” e trovare una risposta convincente.

Perché in realtà è piuttosto facile costruire un finale negativo “sorprendente”, come accade a volte nei film horror. Basta sottomettere qualsiasi istanza narrativa all’effetto shock, senza tenere conto delle premesse della storia e senza chiederci che cosa stiamo raccontando in realtà. Legittimo, certo. Ma un conto è valutare questa soluzione in base alla reazione “epidermica” dello spettatore, altro conto è pronunciarci sulla sua qualità narrativa.

“Sorprendente” non è di per sé sinonimo di “coerente”, né tantomeno di “narrativamente valido”. A meno che questo finale sorprendente non sia un finale come quello dei Soliti sospetti, frutto di una sceneggiatura costruita come un meccanismo a orologeria, o quello di un buon thriller un po’ dimenticato come Senza via di scampo. O, tanto per citare un film italiano, l’epilogo di Semaforo rosso, tesissimo thriller anni settanta di Mario Bava. In tutti questi film il finale (non esattamente positivo) è già “scritto” dentro tutto ciò che l’ha preceduto. Solo che gli autori sono talmente bravi da tenercelo nascosto.

E allora, anche in quel caso, noi spettatori non ci sentiamo traditi.

9 commenti:

Cortuska ha detto...

Bel pezzo. Tra quelli che hai elencato, per Caravan vedrei bene il finale positivo ma con beffa (alla Master and Commander).

Per quanto riguarda i miei gusti, cito un finale negativo che mi piace sempre molto, quello de "Il tocco del Male", dove uno straordinario Denzel Washington, bravo e onesto poliziotto, non può fare niente contro un demone che lo prende in giro dall'inizio alla fine (e lo spettatore crederà fino alla fine che il poliziotto trionfi!).

and ha detto...

io cito sempre il finale de I cancelli del cielo di michael cimino perchè è riuscito a cogliere la fine di un certo periodo storico e l'avvento di uno nuovo, decisamente peggiore.

per caravan, io mi aspetterei un finale aperto ma anche qualcosa che sto cominciando a sospettare.

Cecco ha detto...

L'argomento ha tante spine quanto un riccio nevrotico.
Forse mi ripeto ma il discorso del finale "positivo" o "negativo", qual come lo si voglia intendere, resta sempre soggettivo per lo spettatore.
Per come la metti troverai sempre il battaglione degli scontenti ed il plotone degli entusiasti o viceversa.
Su una cosa concordo con quanto detto da Michele ovvero sulla capacità di dare un senso al finale che sia il sunto di tutta la storia; in pratica se il buono di turno muore ma il senso di giustizia è stato appagato ci può anche stare.
Più o meno ragazzi, eh ... senza che stiamo a spaccare il capello.
Per quanto riguarda Caravan spero che ci sia un "finale" non da sequel; insomma da come la vedo io mi piacerebbe che finisse lì, con qualche rimpianto magari, con qualche risposta ambigua pure, ma che non ci lasci con quella sensazione tipo "Sì mi è piaciuto però ... non so ...non ho capito questo o quello ..."
L'ho detta "a braccio" dunque prendetela con beneficio d'inventario.
Un saluto
Cecco

Anonimo ha detto...

E che ne pensate del finale di “Arlington Road-L’inganno” di Mark Pellington? Il film non lo trovo un gran ché: parte bene, ma col tempo l’intreccio narrativo diventa forzato e, in alcuni punti, banale. Però il finale mi ha veramente stupito!

(SPOILER!) In poche parole, l’eroe muore nel tentativo di sventare un atto terroristico e gli viene attribuita la colpa, mentre i veri responsabili se ne tornano a spasso, pronti ad uccidere.

Un vero e proprio esempio di mistificazione della realtà (chi ha detto Caravan n. 3?), di come la verità non solo possa essere plasmata, ma anche completamente sovvertita a seconda della manipolazione degli eventi. Un esempio di come un povero disgraziato senza colpe possa essere ricordato per sempre da assassino, senza alcuna possibilità di riabilitazione.

P.S. Complimenti per Caravan. Sei stato capace di farmi comprare un fumetto della Bonelli dopo anni che non lo facevo.

Filippo ha detto...

Capito. Ennesima lezione, ottima lezione, complimenti. Concordo su tutto e ho capito cosa intendevi in merito a The Mist.
Sui due film di Peckinpah non mi pronuncio perché il primo non l'ho visto e de Il mucchio selvaggio non ho un bel ricordo. Chiedo scusa a chi lo adora, mi ha annoiato a morte. Tenete conto che l'ho visto per un esame universitario, alle nove di mattina, con sveglia alle 6 e viaggio in treno di un'ora. Forse non ero nelle migliori condizioni.
Su tutti gli altri, da Peter Weir a Ridley Scott fino a Brian De Palma hai detto benissimo in merito al finale. Aggiungerei che sono anche ottimi film. Altrettanto per La tempesta perfetta, che non ho mai considerato un blockbuster e non ho mai sottovalutato. Il film di Bava non l'ho visto e Senza via di scampo non mi è nuovo, ma non lo ricordo proprio. I soliti sospetti è ben costruito, ma il finale non è sorprendente come forse vorrebbe essere. A metà si sospetta e man mano che la vicenda procede il sospetto diviene certezza; almeno a me è successo così.
Michele, non hai mai pensato di aggiungere all'attività di scrittore quella di insegnante (di scrittura o sceneggiatura)? Sembri molto portato, hai moltissimo da dare e lo fai in modo tutt'altro che banale. Non avrei problemi a salire in piedi sul tavolo e a salutarti con “Oh, capitano, mio capitano”. Ti ammiro molto, ancora complmenti.

Nemo ha detto...

Caro Michele, adesso mi trovo molto più d'accordo con te!
Questo post chiarificatore ci voleva! :) Ehehehe...

Come avevo già detto nei commenti al precedente articolo mi viene da citare anche: "Onora il Padre e la Madre" e "The Million Dollar Baby".
Pensando ad Eastwood anche "Gran Torino" (molto bello) rientra nella categoria...

Poi mi saltano alla mente "Angel Heart", "Scarface", se vogliamo anche "Un giorno di ordinaria follia" con uno straordinario Micheal Douglas.
Ce ne sarebbero a milioni di finali positivamente negativi! :)

E' giustissima la tua considerazione: i finali negativi hanno bisogno di un motivo in più per essere apprezzati...
Però... certamente... lasciamelo dire... anche certi finali positivi, forzatamente positivi, avrebbero bisogno di molte giustificazioni... ;)

CyberMaster ha detto...

...sono passato per un saluto e per un apprezzamento per la miniserie che stai producendo...davvero un'atmosfera da independence day, piena di leggera suspense e di cambi di corsia davvero piacevoli.
Un abbraccio e un invito sul mio blog.

Michele Medda ha detto...

Per Filippo: fino a due anni fa, prima che Caravan diventasse un impegno totalizzante, ho tenuto seminari sul racconto cinematografico alla Scuola Nemo di Firenze. Negli anni novanta ho fondato con Bepi Vigna e altri amici la Sardinian School of Comics, da cui sono usciti diversi talenti. Ho gia' dato, come si dice.

Un saluto a Cybermaster, passero' presto a visitare il blog!

Filippo ha detto...

Scusa Michele, non sapevo. Hai effettivamente già dato. Tornando in argomento aggiungo qualche titolo i cui finali mi procurano sempre e comunque la pelle d'oca, i brividi a fior di pelle, chiamatela come volete, è un'emozione indescrivibile che parte da dentro: Forrest Gump, Cast Away, Kramer contro Kramer, Butch Cassidy. E non sono i soli.