mercoledì 5 agosto 2009

CHE COS'E' UN EDITORE DI FUMETTI?


Qualche commento alla notizia della chiusura di John Doe, di cui trovate i dettagli nel blog di Roberto Recchioni.

La Star Comics chiude Jonathan Steele.
La Star Comics chiude Trigger, programmata per durare sei numeri, al numero 4.
L’Eura Editoriale cambia proprietario, e la prima cosa che fa è chiudere John Doe, il “bonellide” più venduto.

Banalmente, si dice che una serie a fumetti chiude quando non vende a sufficienza.

A sufficienza per chi?

Se una serie si ripaga le spese, se gli autori sono retribuiti regolarmente e regolarmente i lettori la comprano, oggettivamente vende “a sufficienza”.
Ma anche se una serie va in rosso di poco potrebbe essere conveniente tenerla aperta. Magari per motivi di “immagine”, per il tempo sufficiente a dimostrare che un impegno con i lettori è onorato fino in fondo. O anche per motivi di visibilità, per mantenere sugli scaffali delle edicole un prezioso spazio in più.

Certo, nessuno dice che un editore di fumetti debba essere un benefattore.

Ma allora che cos'è un editore di fumetti?

Per cominciare, se uno fa l’editore di fumetti, dovrebbe capire qualcosa del lavoro del fumetto. Per esempio, dovrebbe capire che quello ormai noto come “formato bonelliano” è un formato maledettamente pesante da gestire. Richiede una lavorazione molto lunga e un investimento massiccio. È un formato inventato proprio dalla Sergio Bonelli Editore (all’epoca Edizioni Araldo), nato per necessità specifiche di quella casa editrice, commisurato alle dimensioni e alle possibilità di quella casa editrice (che si fondava sul successo di Tex, tuttora ineguagliato).

Da almeno trent’anni quel formato è replicato da case editrici che non hanno la struttura della SBE, non hanno quelle possibilità economiche e, fatemelo dire, non hanno il know how (al limite ce l’hanno singoli autori, e non è detto che basti).

Da trent’anni nessuna casa editrice che ha proposto il formato “bonelliano” è mai riuscita non solo a sfondare sul mercato del fumetto popolare, ma nemmeno a eguagliare il venduto delle serie bonelliane meno vendute.

Perché? Quali sono i problemi?

Forse, molto banalmente, il problema è uno solo. Ed è che per essere editori di fumetti non basta stampare dei fumetti.

10 commenti:

RRobe ha detto...

Concordo.

Anonimo ha detto...

ok, se dio non voglia la serie non vende abbastanza, onorate l'impegno con i lettori: continuate a pubblicare Caravan :)

Luigi Serra ha detto...

Parole sante, Michele.

Kromo ha detto...

...e io già tremo all'idea di quando non ci sarà più papà...

alessandro ha detto...

Concordo in pieno, in particolare con il riuscito tentativo di oggettivizzare quel ''a sufficienza'' (o abbastanza), la cui incarnazione soggettiva invece è la giustificazione ad ogni azione...chiusura (inspiegabile) di John Doe compresa...

Uriele ha detto...

idea stupida: per una casa editrice che non si puó permettere di stampare bonellidi, perché non provare a vendere ecomics? All'estero con i libri sta funzionando, i lettori ad e-ink hanno una buona risoluzione sul bianco e nero e sulla scala di grigi.

Giá in molti leggono in digitale manga (fantranslation o originali) e comics (Dream of a thousands cats si leggeva da dio). Adesso i lettori buoni stanno raggiungendo prezzi accettabili ed é comunque possibile leggere i file su computer. I margini di profitto potrebbero essere piú alti

(per chi si preoccupa della pirateria con le copie digitali tutti i numeri di DD, JD e Tex sono giá disponibili su emule per chi li cerca)

gianluca ha detto...

Quindi pensi che cambiare formato e/o periodicità renderebbe le cose più facili, per una Casa Editrice "minore"? Sarebbe di certo interessante, anche perchè il formato condiziona anche lo stile della scrittura: se una storia devi dividerla in 4 parti da 25 pagine, non è lo stesso che scrivere la stessa storia di 100 pagine... o sbaglio?

Michele Medda ha detto...

Gianluca, non so se cambiare formato "renderebbe le cose più facili". Non è mica detto. Però non lo sapremo mai se qualcuno non ci prova.

Se il formato è commisurato alle possibilità della casa editrice, è chiaro che il rischio è minimo.
Allo stesso modo in cui Sergio Bonelli corre un rischio calcolato con miniserie di 12/16 numeri, non vedo perché un piccolo editore non possa addossarsi un piccolo rischio con progetti ad hoc.

Quanto alla scrittura, un esempio personale: ho scritto alcune storie di 24 tavole (l'equivalente di un albo americano), e le ho scritte in due-tre giorni. Storia più breve = maggiore velocità di esecuzione, a tutto vantaggio della periodicità.

Poi c'è il problema dell'adeguamento delle tirature, ma ne parlerò nel prossimo post.

Cecco ha detto...

Caro Michele, la tua interrogazione "Che cos'è un editore di fumetti?" andrebbe girata agli editori stessi che andrebbero disposti in fila indiana per poi infilare la mano nella bocca della verità (quella funzionante però) e dare a turno la loro risposta.
Di certo dopo le prime vittime gli ultimi dovrebbero rispondere più o meno con la seguente frase: "L'editore di fumetti è colui che vende i sogni e che fa di tutto per non ucciderli".
Come giustamente hai rilevato, te che ci lavori, Casa Bonelli può permettersi esperimenti sulle miniserie perchè ne ha tutte le potenzialità e perchè è il primo editore di fumetti in Italia.
Ma non mi spiego perchè quando si tratta di portare delle novità (e parlo degli altri editori del mercato nostrano) si debba arrancare senza sfatare i vecchi pregiudizi.
Il formato "bonellide" è uno standard della Bonelli e guai a chi lo tocca perchè ha decretato il successo dell'editore stesso; ma dove sta scritto che non si debba tentare con formati analoghi per lunghezza e larghezza ma non nella profondità?
Una serie di fumetti in bianco e nero dalle 30 alle 50 pagine (spessore carta Bonelli) e copertine lucide a colori è mai possibile che nessuno sia in grado di produrla?
Forse le pagine sono un pò pochine per l'immaginario collettivo, lo dico io per primo che da una vita acquisto e leggo Bonelli, ex Daim Press, ex Cepim, ex...
Personalmente mi sono affacciato da poco più di un anno nel mondo della scrittura e sto lavorando come un "negro" (senza alcuna offesa a nessuno beninteso, ma solo come modo di dire) su diversi progetti insieme ad un autore ben più affermato che lavora all'estero e per l'estero e forse ho lanciato un'idea bislacca ... ma è quella che mi è venuta a braccio ed in cui, se ne avessi le possibilità, ci spenderei qualcosa.
Un saluto
Cecco

kaesar ha detto...

Credo che il problema ci sia anche di cultura imprenditoriale; è un difetto di una parte dell'imprenditoria italiana, senza nessuna generalizzazione che ci sono moltissimi casi diversi, di navigare con il minimo dei rischi e senza preoccuparsi di investire in novità. Mi pare che l'industria culturale sia un posto nel quale, forse, questo difetto è un po' più diffuso. Basta pensare ai film che si producono solo quando si è sicuri di avere i fondi dallo Stato o averli già venduti alle televisioni; le logiche distributive dominanti nell'editoria dei libri. Non è il mio settore, perciò non so approfondire molto.

Sempre da profano dei fumetti, ho l'impressione che il mercato dei fumetti sia molto difficile da affrontare e non abbia delle prospettive tali da attrarre massicci investimenti.
Ha un sacco di cose negative: è un mercato maturo, ha dei numeri in continua contrazione, una parte del pubblico decisamente difficile nei gusti (i lettori appassionati) e uno difficile da raggiungere (i lettori occasionali), veicola un prodotto non standard e di cui è molto difficile predire ex-ante se potra funzionare o meno.
E' abbastanza ovvio che Bonelli possa permettersi dei rischi "calcolati" con una miniserie. Attraverso le sue pubblicazioni di successo arriva ad un pubblico molto vasto e molto fedele, che una lettura sulla fiducia ad una nuova serie gliela da. Un editore più piccolo, o nuovo, questa cosa non ce l'ha e quindi ha intrinsecamente più rischi.
Bonelli poi ha una storia di affidabilità, che è conosciuta anche al grande pubblico: se fa una storia di solito un qualche valore c'è, ma anche se mette su un progetto io lettore so già che ha già un capo, una coda, un percorso per arrivarci e un progetto che per un po' verrà seguito. Un editore nuovo, per quanto possa errere realmente bravo, coscienzioso ed organizzato questo vantaggio competitivo non ce l'avrà mai. Anche questo aumenta il suo rischio.
Non so quanto pesino i "costi" fissi, ma sicuramente aggiungere una serie ad altre quindici ha dei costi marginali ben diversi di aggiungerne una a cinque o passare da una a due.

Quindi rischi e costi probabilmente più alti e un mercato in chiara contrazione e tutto sommato molto competitivo (i bonelli li vendono a 2,70 euro che è un prezzo irrisorio, rispetto ai costi che ci sono dietro e credo che si debba venderne tanti per rientrare considerato tutti quelli che devono essere remunerati).

Considerato tutto, non mi stupisco che non ci sia la fila di imprenditori per entrare nel mercato.