
Nei rispettivi blog, Diego Cajelli e Tito Faraci pongono, tra il serio e il faceto, la domanda "Perché si scrive?". E, tra il serio e il faceto, propongono anche qualche possibile risposta.
Anni fa, con l’amica Alessandra Henke, lavorai a un progetto che poi non vide la luce: una storia che aveva al centro la domanda di cui sopra, allargata all’arte in generale; e posta, però, in circostanze drammatiche.
– Cosa dà senso all’arte? – A partire dal 1941, questa domanda se la posero i prigionieri internati nel campo di concentramento di Terezin. Quasi fino alla fine della guerra Terezin fu qualcosa di speciale. Diventò il “ghetto della musica”. I detenuti, tra cui c’erano molti musicisti, si organizzarono per suonare. A Terezin si compose musica. Fu scritta un’opera. Fu eseguito il Requiem di Verdi. Si organizzarono perfino spettacoli di cabaret.
La creatività dei prigionieri fiorì a un livello tale che i gerarchi nazisti pensarono addirittura di realizzare a Terezin un film. Un film propagandistico, ovviamente, che presentasse il campo più o meno come un’amena località di villeggiatura. I nazisti non ebbero bisogno di imporlo con le minacce: i prigionieri - in testa il regista Kurt Gerron - accettarono di buon grado la proposta di girarlo.
Speravano in un trattamento di favore, dopo? O speravano semplicemente che – sia pure in un modo perverso – il loro lavoro di registi, interpreti, scenografi potesse dar loro una pallida illusione di normalità? Chi lo sa. In ogni modo, contribuirono anche i bambini. Perché a Terezin ce n’erano migliaia, di bambini. Alcune donne tra le prigioniere organizzarono corsi per loro. I bambini disegnarono, scrissero perfino poesie.
L'arte li liberò, almeno nello spirito? Sarebbe in qualche modo consolante pensare di sì. Convincersi che cantare, suonare, scrivere, disegnare diede ai prigionieri una speranza, e che fu questa speranza a tenerli in vita fino alla conclusione della guerra.
Ma non andò proprio così. Musica a parte, Terezin era pur sempre un campo di concentramento, e tale rimase. Benché non fosse paragonabile ai campi di sterminio propriamente detti, i prigionieri vivevano in condizioni miserabili. Chiusi a decine in spazi ristretti, si ammalavano e morivano. Nel 1945 i nazisti, forse preoccupati che l’attività artistica potesse instillare idee pericolose nei prigionieri, o semplicemente stanchi di quel curioso diversivo, deportarono gran parte degli artisti di Terezin ad Auschwitz.
Quando arrivarono i russi, i bambini sopravvissuti erano all'incirca un centinaio. Si calcola che nel campo ne fossero transitati 15.000.
Gran parte delle testimonianze su Terezin si deve proprio ai piccoli prigionieri. Oggi possiamo dire che i loro disegni e le loro poesie non sono bastati a salvarli, ma hanno salvato almeno il loro ricordo. E, insieme, la memoria dell’orrore, per aiutarci a non dimenticare.

PS: per chi volesse approfondire, il materiale non manca. Esistono diversi volumi di memorie dei sopravvissuti, e cito solo due testi che ho letto: I never saw another butterfly, disponibile anche su Amazon, raccoglie molti dei disegni dei bambini. Il volume Music in Terezin 1941-1945 racconta le vicende dei musicisti.