mercoledì 6 gennaio 2010

FILL-IN, NOTHING MORE THAN FILL-IN...



ATTENZIONE: QUESTO POST CONTIENE ANTICIPAZIONI SU CARAVAN n. 8

Caravan
n. 8, Il gioco della guerra, è nato per essere quello che gli americani chiamano un fill–in ("riempitivo", alla lettera). Un albo che racconta una storia a sé (anzi, tre storie a sé) senza inserirsi nella continuity.

Nell’idea originaria i Donati non comparivano neppure. I militari dovevano essere i soli protagonisti, e la storia sarebbe stata di pura azione, l’unica nella serie.

Mentre scrivevo le prime tavole ho cominciato ad avere dei ripensamenti. Strutturato in questo modo, l’albo sarebbe stato realmente un fill–in, e niente più di questo. Una delle caratteristiche di Caravan è quella di presentare in ogni episodio un tema trattato da diverse angolazioni, cosa che in questo albo sarebbe mancata.

Mentre ci ragionavo sopra, mi sono venute in mente due storie che non avevano trovato posto negli albi precedenti. Una era quella del bombardamento del quartiere milanese di Gorla (1944), e l’altra era quella della sparatoria alla Kent State University (1970), immortalata dalla canzone Ohio di Crosby, Stills, Nash & Young.

Nella storia della strage di Gorla (duecento bambini morti tra le macerie della loro scuola) sono incappato senza volerlo, quando anni fa, in giro per Milano, mi capitò di passare per caso in Piazza dei Piccoli Martiri. La statua – tanto imponente quanto inquietante – mi colpì immediatamente. Ho letto poi che rappresenta una donna in lutto, ma l’idea che mi ha dato alla prima occhiata era che si trattava di una personificazione della Morte. Potete vederla qua sopra. Se invece volete vederla nel suo contesto, basta cercare “Milano, piazza dei Piccoli Martiri” su Google Maps e scegliere l’opzione Street View.

Inutile dire che ho compiuto le mie brave ricerche prima di scrivere. Mi sono preso qualche licenza solo sulle location. Il mercato in cui un Massimo diciottenne accompagna la zia dovrebbe essere verosimilmente quello all’incrocio tra viale Monza e via Monte San Gabriele, ma non ho fatto in tempo a fotografarlo (e d’altronde, suppongo che oggi sia diverso da com’era negli anni ottanta, periodo in cui si svolge la storia). Werner Maresta ha disegnato un mercato verosimile, ma di fantasia. Tutto il resto – l’edificio scolastico, gli abiti dei personaggi, perfino la formazione dei bombardieri in volo – è ricostruito su foto dell’epoca.

In particolare mi sono stati utili due libri: Milano, 92 giorni alla fine, di Francesco Ogliari, edizioni Selecta; e Hinn adrée a bombardà Milan, a cura di Ambrogio Borsani, edizioni Carte Scoperte.

Se avete letto l’albo, adesso ne sapete abbastanza sulla tragedia di quel mattino d’ottobre del 1944. Qualora voleste saperne ancora di più, il sito dei Piccoli Martiri vi dice tutto. Attenzione, genitori: il sito contiene una foto dei cadaveri (preceduta comunque da un avviso).

Riguardo alla storia del massacro alla Kent State University, la conoscevo fin da ragazzo per via della canzone di CSN & Y. Poi, a metà degli anni ottanta, in un tedioso pomeriggio estivo la RAI mandò in onda un film tivù dal titolo Quello che accadde a Kent (Kent State), diretto da James Goldstone nel 1981. Mai più rivisto. Non esiste nemmeno una versione per l’homevideo. E non ce n’è traccia nemmeno su You Tube. A leggere i pareri su IMDB, gli autori si sono presi parecchie libertà, ma da quello che ricordo il film aveva un buon ritmo e risultava intrigante.

Gli strascichi processuali della vicenda sono stati complessi – come è facile intuire – e si sono trascinati a lungo. Non tutti i soldati sono finiti sotto processo. In tempi recenti è saltata fuori una registrazione in cui si sente qualcuno dare l’ordine di aprire il fuoco.

I soldati della Guardia Nazionale che aprirono il fuoco sugli studenti non erano stati aggrediti fisicamente, né, armati com'erano, potevano trovarsi in serio pericolo. Impossibile sapere per quale motivo cominciarono a sparare (e se un ordine ci fu, resta inspiegabile il motivo di quell’ordine).

Allo stesso modo, in quel tragico ottobre del ‘44 non c’era motivo al mondo per scaricare le bombe su abitazioni civili. In base alle istruzioni (e a un minimo di umana decenza) i piloti scaricavano le bombe inesplose in mare o in aperta campagna. Il motivo per cui il comandante ordinò di scaricarle su Gorla non si saprà mai.

Ciò che unisce queste due storie al main plot dell’albo non è tanto il fatto di essere storie “di guerra” (e d’altronde, tecnicamente, quella su Kent non lo è); ma il fatto che due stragi siano derivate da azioni senza senso pur in una situazione “di guerra”.

Ammesso e non concesso che la guerra abbia un senso.

PS: ringrazio Maurizio Gradin e Werner Maresta, che hanno lavorato a ritmo serrato “portando a casa” l’albo in tempi ristrettissimi.

26 commenti:

werner ha detto...

Ringrazio te per avermi dato la possibilità di illustrare quei due episodi, che peraltro non conoscevo.
Quando un lavoro, oltre a pagare le bollette, può servire ad accrescere la propria cultura, vale sempre la pena.
Spero che anche i lettori la pensino così! :)

Anonimo ha detto...

Grazie per avermi fatto conoscere una strage dimenticata. Non ho ancora letto l'albo, ma storie di questo tipo sono sempre ben venute.E' utile non dimenticare mai quello che in passato è avvenuto. La memoria storica deve essere preservata anche con iniziative come questa. Complimenti

Anonimo ha detto...

Per quanto vale il mio modesto parere (leggendo i vari forum condiviso da molti mi sembra)tutta la serie sembra un fill-in...di continuity se ne vede davvero poca.
Dal primo numero che ci si chiede...le nuvole?dove vanno?come fanno a non incontrare mai nessuno?...se si va avanti di questo passo speriamo che almeno nell'ultimo numero si risponda a qualche domanda...o sarà un fill-in anche il 12??
Howard Hogan

gianluca ha detto...

@HowardHogan: a me pare che la continuity ci sia... solo che non riguarda le nuvole. Prova a leggere i numeri usciti finora in ordine casuale, e ti accorgerai che molte cose non tornano. Questa si chiama continuity.

Almeno, io la vedo così

andrea ha detto...

complimenti! sapere che tra le muse di questo ottavo numero, dopo i pink floyd, c'è la strage dimenticata di Gorla ti fa un grande onore e aumenta la mia curiosità.

Michele Medda ha detto...

Nel suo blog (trovate il link nella colonna a destra), Emiliano Mammucari ricapitola il percorso della copertina di questo albo, dal primo all'ultimo bozzetto.

Anonimo ha detto...

Complimenti! E meno male che era un "riempitivo"! Questa storia è bellissima. Inoltre, sarebbe interessante approfondire le battute che Kimble e Deakins si scambiano all'inizio della storia, quando sono seduti nella tenda... :)

Cambiando discorso, scusa la mia ignoranza, ma come funziona la gestione di un fill-in? Se ho ben capito, si tratta di un fumetto autoconclusivo che può essere inserito in qualsiasi momento della serie. Ma poi si usa solo se serve, oppure prima o poi viene comunque inserito in scaletta?

Antonio

Michele Medda ha detto...

Antonio, se ti riferisci alla battuta sugli alieni, quella è soltanto l'ipotesi (o una delle ipotesi) formulata dai soldati. Ma potrebbe anche essere una battutaccia di Deakins giusto per punzecchiare Mary Jane Kimble. Come hai potuto notare, gli ufficiali non parlano affatto di alieni né fanno trapelare quello che sanno (sempre ammesso che sappiano qualcosa).

Quanto al fill-in (noi li chiamiamo in maniera più colloquiale "albi jolly", a dire il vero), una volta che l'albo è prodotto viene inserito in scaletta al momento opportuno.

Può anche succedere - su Nathan Never è successo più volte - che una storia concepita come "jolly" entri nella continuity grazie alla modifica di un paio di tavole, o semplicemente di qualche battuta di dialogo.

Nel caso del "Gioco della guerra", comunque, non si tratta di una storia "jolly" al cento per cento. A parte la collocazione della vicenda (i boschi), ci sono altri piccoli elementi di continuity: la famiglia di Massimo è stata già presentata nel numero 6, e noi sappiamo già dal numero 4 che Stephanie collaborava al giornale del college (fu in quell'occasione che conobbe Carrie).

In sostanza, un albo jolly di norma può essere inserito in un punto qualsiasi di una sequenza di storie, e non altera l'approccio del lettore alle storie. Ma leggendo "Il gioco della guerra" prima del numero 6 il lettore perderebbe qualcosa, trovandosi presentata "ex abrupto" e senza tante spiegazioni la famiglia di Massimo.

MicGin ha detto...

Ti ringrazio per aver contribuito a far conoscere l'episodio della scuola di Gorla.

Delirium Esc ha detto...

Nonostante reputi questo numero sicuramente bello, riuscito e oltretutto prezioso per un personalissimo accrescimento culturale, mi risulta davvero difficile inserirlo nel contesto della miniserie, che oramai è sempre più vago, ad esser sincero.
Non sono certo qui a dirti "e le nuvole?", non è quello il problema (sempre se di problema si tratta): credo che nella miniserie ci sia di fondo una vacua spersonalizzazione: è iniziata con un incipit forte, fortissimo, al limite della fantascienza, per poi rifiutarlo, ripudiarlo albo dopo albo.

Detta questa mia personale opinione (su cui sarei curiosissimo nel sentire una tua opinione), mi complimento con te per le storie singole, per la serie globale ci devo pensare un po’ :D!

PS: perdonami, ma i disegni di questo numero non li ho proprio digeriti con quegli effettacci al computer

Michele Medda ha detto...

Delirium, in Caravan c'è un margine di improvvisazione, ma entro determinati confini: l'inizio, la vicenda dei Donati e il finale non sono cambiati dal concept presentato all'editore tre anni fa, quindi il senso complessivo del lavoro è quello che avevo in mente fin dall'inizio.

Capisco che incasellare una storia dentro i rassicuranti confini del "genere" sia confortante per il lettore o per un recensore, ma io non appartengo a nessuna delle due categorie, e non ho obblighi né aspirazioni di questo tipo.

Non è mia intenzione prendere per la manina il lettore e guidarlo passo per passo, indicargli la meta da lontano e dirgli "ecco, vedi, andiamo di là"; come sul versante opposto non mi interessano certi esperimenti di destrutturazione della narrazione che giocano a disorientare, se non a scioccare, il lettore.

Ho una storia da raccontare e la racconto. Non c'è altro da dire.

Francesco_Imp ha detto...

Quindi questa storia sarebbe un fill-in solo nelle intenzioni, e non nel risultato, giusto?
Perchè non ho trovato grandi differenze da questo punto di vista rispetto alle altre...

Michele Medda ha detto...

Vedi risposta ad Antonio, qualche commento più in alto. Più o meno è così. La storia è nata per essere "nothing more than fill-in", poi le cose sono cambiate. Il titolo del post, che cita la famosissima "Feelings" di Morris Albert, è ironico.

In realtà l'elemento di continuity è dato dalle due storie in flashback, che si apprezzano meglio se si conoscono già i precedenti della famiglia Donati.

Per quanto riguarda la storia dei militari, invece, quella potrebbe essere letta anche, per dire, dopo il secondo o il terzo albo. E in questo caso non cambierebbe granché. L'unico elemento che situa la vicenda dei soldati cronologicamente, in questo punto del racconto, è costituito dal luogo in cui si svolge l'azione, cioè i boschi.

energio ha detto...

Devo complimentarmi... sono molto contento di aver cominciato questa miniserie. Arrivato al numero 8 non pnsavo di "venire stupito", passatemi la licenza...

Oggi ho notato anche una cosa che dubito sia voluta (al massimo mi smentirete): CA RA VAN, il titolo è quasi un'onomaopea della lunga e lenta –appunto– carovana di protagonisti. Poteva essre "camper" o "colonna", ma è stata provvidenzialmente "Caravan".

Ancora complimenti.

Anonimo ha detto...

il fatto che tutti i parenti della soldatessa siano stati in guerra è un chiaro riferimento a tenente Dan di Forrest Gump? :-)

Luca

Michele Medda ha detto...

Luca, non mi ricordo questa cosa del tenente Dan. Potrei risponderti che volevo parodiare Lady Oscar ("nella culla ti ha messo un moschetto", anziché "un fioretto"), ma non è così... in realtà è abbastanza frequente che il figlio di un militare sia militare anche lui (o lei, in questo caso). Esiste un vero e proprio filone narrativo su figli di ufficiali che devono mostrare di essere all'altezza dei genitori (con cui in genere hanno un rapporto conflittuale). Se non ricordo male c'è anche un episodio di Ken Parker sceneggiato da Alfredo Castelli.

Anonimo ha detto...

nelllo specifico nel film
forrest con voce fuori campo commentava a proposito del tenente Dan Taylor al momento della sua presentazione: ogni suo antenato aveva combattuto (ed era morto) in ogni singolo conflitto americano.
e durante il commento seguivano scene in ui gli avi del tenete dan schiattavano durante la guerra di indipendenza, secessione, prima e seconda guerra mondiale.
non so se hai visto il film che è un gran bel film :-).
Luca.

Michele Medda ha detto...

L'ho visto, rivisto e molto apprezzato, ma ormai molto tempo fa. Non ricordavo questa scena. Provo a cercarla su You Tube...

Michele Medda ha detto...

Trovata. E' un flashback fulmineo. Per chi fosse interessato, è qua: http://www.youtube.com/watch?v=YlSXMxlkVBw&feature=related

Attilio ha detto...

Un albo che nonostante sia nato "in tono minore" almeno nelle iniziali intenzioni (come credo di aver capito) conferma ancora una volta, caro Michele, la tua capacità di creare storie intimistiche e introspettive che si fanno leggere dall'inizio alla fine con lo stesso interesse!
Se c'è da muovere un appunto, a mio avviso, è solo sui disegni: a causa, probabilmente dei tempi ristretti di realizzazione dell'albo in questione,contrariamente alla tradizione bonelliana, si è fatto un eccessivo ricorso al computer per la realizzazione degli sfondi di numerose vignette con un poco gradevole effetto grafico!
Punto debole che riesce, però, ad essere più che colmato dall'impeccabile sceneggiatura!
Attilio.

8-) Mat ha detto...

Complimenti per questo ottimo (e in buona compagnia) numero di Caravan.
Ho scoperto una microscopica storia "nella storia": la foto di Mary Ann Vecchio disperata accanto al cadavere (durante la strage alla Kent State University) non solo è famosa ma ha vinto il Premio Pulitzer. Ma la versione che circola più spesso, la stessa riportata nella vignetta, pubblicata dal prestigioso Life, è ritoccata. Solo in un particolare assolutamente secondario (e per motivi estetici, non giornalistici), che non toglie nulla all'importanza dello scatto e alla drammaticità dell'avvenimento... è solo un peccato veniale dal punto di vista giornalistico. Tutti i particolari nel sito http://www.cs.dartmouth.edu/farid/research/digitaltampering/ (scorrete fino a "May 1970").

Michele Medda ha detto...

Grazie, Mat. E' comprensibilissimo il motivo del ritocco. Dirò di più: se Werner avesse avuto a disposizione la foto originale, gli avrei detto io stesso di non disegnare il palo.
Ma anche a prescindere da questo, la pagina che hai segnalato è molto interessante.

andrea ha detto...

ho finalmente letto il numero 8. ero molto curioso per via degli "indizi" che avevi lasciato qua sul blog e ti devo dire che mi ha entusiasmato. la sceneggiatura, a mio parere, è perfetta e mantiene la "tensione" narrativa fino all'ultima tavola(ed oltre, viste le domande che lascia aperte), le retinature invece non mi hanno convinto in tutte le tavole. poco importa però, ne vorrei leggere di più di fumetti di questo livello.
complimenti, veramente sentiti, per quello che possono contare.

P.S. a me Kimble ha ricordato immediatamente Susan Connery di Nathan Never.

Delirium Esc ha detto...

Ti ringrazio (in ritardo) per la rispota che mi hai dato.

Comunque di una cosa sono sicuro: di Caravan si parlerà (e molto) nei tempi a venire, anche dopo il suo termine, e in gran parte grazie a questa tua vera e propria rivoluzione del fumetto bonelli, perchè io interpreto così il tuo operato: rivoluzionario.

Michele Medda ha detto...

Delirium, la rivoluzione porta cambiamenti radicali, e io non credo che le prossime serie Bonelli saranno radicalmente diverse da quelle che hanno preceduto Caravan. Vedremo.
Per il resto, ammetto che se si continuasse a parlare di Caravan in futuro (e soprattutto se lo si ristampasse) sarei molto contento...

Delirium Esc ha detto...

Rivoluzionario nell'approccio che l'autore Bonelli ha verso il suo operato.

C'è Greystorm adesso, una validissima miniserie, divertente, ben sceneggiata, curatissima sin nei minimi dettagli, ma si riduce tutto alla sana (e vecchia) avventura (magari con la A maiuscola).
Tu invece con Caravan hai seguito i tuoi istinti, le tue passioni, azzarderei che in Caravan c'è molta autobiografia, molto Michele Medda, come forse solo Sclavi ha saputo fare con i suoi primi DYD.

Già il fatto di non aver "guidato il lettore con la manina" vuol dire in qualche modo averlo rispettato come "testa pensante" e non come semplice compratore.

Tutto questo credo sia già una gran cosa.