martedì 12 gennaio 2010

HOPPER (MA NON DENNIS)

A Milano è ancora in corso una mostra dedicata a Edward Hopper (1882–1967), forse il pittore americano più famoso del ventesimo secolo.

In realtà dell’Hopper più famoso, quello delle case bagnate dalla luce, immerse in un tempo congelato, c’è poco. Molto interessante e ben documentato, però, è il percorso che ha portato a quelle opere. Ci sono schizzi a carboncino, splendide illustrazioni per riviste, i primi tentativi con la pittura a olio e un’ampia sezione sul periodo parigino del pittore.

Curiosa la parte “erotica”, poco nota al grande pubblico, abbastanza fredda e popolata di figure femminili androgine. Poteva mancare la parte interattiva? Ovviamente no. Se avete mai desiderato entrare fisicamente in un quadro di Hopper, ora potete farlo. In una apposita saletta è riprodotto l’ambiente del dipinto Morning Sun. Potete quindi sedervi al posto della donna raffigurata nel quadro e vedere proiettata la vostra immagine su uno schermo.


Qualcuno avrebbe magari preferito un’altra mezza dozzina di quadri al posto del giochino di cui sopra (opera del videomaker Gustav Deutsch, per la cronaca), ma non mi sembra il caso di mugugnare. Per l’Italia, questa è la prima mostra di una certa consistenza dedicata all’artista americano, e merita senz’altro una visita.

La mostra ha anche una ricca parte “testuale” sulla vita di Hopper. Ed è curioso notare come Hopper sia stato la smentita vivente al mito dell’artista incompreso e maledetto, all’abbinamento “genio e sregolatezza”.

Le foto ci rivelano un signore dall’aria austera, alto e ben vestito. Le decine di schizzi esposti (ovviamente una piccola parte della quantità sterminata prodotta dal pittore in gioventù) sono là a testimoniare un’arte nata dalla pratica quotidiana, e non da un misterioso dono del cielo.

È vero che Hopper non era giovanissimo – aveva quarantun anni – quando raggiunse il successo (in gran parte per merito della moglie Josephine Nivison, sua modella, musa, manager, compagna di tutta la vita). Ma una volta raggiunta la vetta, non scese più. Artista ormai riconosciuto, acclamato (e benestante) continuò a vivere e a produrre per molti anni nel suo vecchio studio, in un palazzo senza ascensore.

Quanto al parlare della sua arte, disse: “Se sapessi esprimere una cosa con le parole, non la dipingerei”.

3 commenti:

Michele Medda ha detto...

Nel blog di Tito Faraci si parla del luogo comune della scrittura come prodotto della sofferenza:

http://titofaraci.nova100.ilsole24ore.com/2010/01/my-entry.html

Nei commenti, Fausto Vitaliano cita giustamente P. G. Wodehouse (che ebbe una vita lunga e serena, piena di successi) come smentita del suddetto luogo comune. E, se allarghiamo il discorso a tutte le arti, mi pare che la vita di Edward Hopper sia una smentita altrettanto efficace.

andrea ha detto...

sono leggermete OT, ma ti volevo dire che c'è un altro fortissimo luogo comune sugli artisti, cioè che debbano essere deboli, perchè i forti sono privi di sensibilità. tu che ne pensi?

Michele Medda ha detto...

Penso che ci sono figure di artisti che trasmettono una sensazione di forza fisica: lo stesso Hopper non era certo un mingherlino. Oppure Hemingway. Bukowski. Jack London. Nel cinema, forse sono più numerosi i registi corpulenti rispetto ai mingherlini: Leone, Kubrick, Hitchcock, Aldrich, Francis Ford Coppola...

ci sono luoghi comuni che possono avere qualche riscontro nella realtà. Questo che dici, francamente, mi sembra proprio campato in aria...