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martedì 23 febbraio 2010

STAN LAUREL



Sul Fatto Quotidiano di oggi Giovanna Gabrielli ricorda che il 23 febbraio del 1965 scompariva Stan Laurel, per noi Stanlio, amico inseparabile di Oliver Hardy/Ollio. Molti anni fa, travolto dall'entusiasmo dopo la lettura della biografia di Laurel e Hardy scritta da Simon Louvish, scrissi un fluviale articolo sulla celebre coppia. L'articolo è ancora sul mio sito personale, a questa pagina.

martedì 7 luglio 2009

GET YOUR MOTOR RUNNING!

Nel numero 2 di Caravan si parlerà di Easy Rider. Sono sicuro che se non avete visto questo film l’avrete almeno almeno sentito nominare, proprio come Davide Donati.
E se l’avete visto e volete saperne di più vi consiglio di leggere il bellissimo libro di Peter Biskind Easy Riders, Raging Bulls.

Biskind racconta la storia della generazione hollywoodiana dei baby boomers, quella emersa agli inizi degli anni settanta. Per intenderci, quella di Spielberg, Coppola, Friedkin, Scorsese. Easy Riders Raging Bulls è un racconto straordinario di grandi speranze e grandi frustrazioni, intrecci inestricabili fra arte e mercato, talenti esplosi e talenti implosi.

Ma intendiamoci, non si rimane sul livello aneddotico (anche se avrete modo di sapere cosa combinava in gioventù Jennifer Salt, oggi produttrice di Nip/Tuck). Partendo proprio da una frase di Easy Rider (“We blew it”, “Abbiamo toppato”), Biskind propone una lettura in chiave edipica della (mancata) rivoluzione hollywoodiana su cui Guerre Stellari pose l’epitaffio nel 1977. Rivoluzione di cui Easy Rider, girato nel 1968, uscito nel 1969, sembrava porre le premesse.

A rivederlo oggi il film scritto, diretto e interpretato da Peter Fonda e Dennis Hopper appare quasi come un reperto archeologico, con la sua lentezza esasperante, con i suoi incredibili stacchi “a intermittenza” (bisogna vederlo per rendersi conto), con la sua narrazione on the road che procede per accumulo, senza meta proprio come i suoi protagonisti.

Ciononostante – o forse proprio per questo – Easy Rider mantiene la sua statura di film mitico, straordinaria epopea di perdenti suggellata dalle note della dylaniana It’s Alright Ma cantata da Roger McGuinn. E per chi scrive resta indelebile il ricordo di quei paesaggi che si srotolavano davanti agli occhi al suono di una musica che era già leggenda, aprendo le pareti di un piccolo cinema sugli orizzonti infiniti dell’America.

venerdì 5 giugno 2009

DAVID IL VAGABONDO

Chissà cosa ne sarebbe stato di David Carradine se Questa terra è la mia terra di Hal Ashby - in cui interpretava il leggendario folk singer Woody Guthrie - avesse vinto l’oscar. Forse Carradine sarebbe diventato una star, o comunque uno di quegli attori che star non sono – come Ed Harris, per esempio – ma rimangono comunque carismatici.

Questa terra è la mia terra invece fu ignorato dall’Academy e la carriera di Carradine è andata come sappiamo. Una pletora di film di serie B, e forse anche alcuni di serie Z, un lungo oblio, poi il tentativo generoso di uscire dal tunnel, e infine il ripescaggio ad opera di Tarantino, che sembrava preludere a una grande rentrée: aspettativa puntualmente delusa.

Col senno di poi si può capire che quello del vagabondo Woody Guthrie non solo è stato il ruolo più importante di Carradine – forse il suo unico ruolo da star, nella serie A del cinema – ma ha anche finito per assumere un’inquietante valenza autobiografica.

Pochi ricordano che Carradine ha diretto anche un paio di film. Ebbene, anche i suoi film da regista sono chiaramente debitori nei confronti del personaggio che lo ha reso celebre, quello del monaco vagabondo Kwai Chang Caine di Kung Fu; e, a guardarsi indietro, Kwai Chang era a sua volta debitore di Shane, il Cavaliere (errante) della Valle Solitaria che Carradine interpretò in gioventù in una breve serie western di insolita maturità.

La prima regia di Carradine è California 436 (You & Me), in cui l’attore–regista interpreta un motociclista vagabondo, Zito, che è braccato dalla polizia e finisce per stringere amicizia con una vedova e un bambino. Una storia minimale coi toni di una ballata folk, girata con stile acerbo ma non priva di sincerità. A fianco di David i due fratelli Keith e Robert, e la compagna di allora, Barbara Hershey, conosciuta sul set di America 1929: sterminateli senza pietà (Boxcar Bertha), il primo film di Scorsese. Il film ha circolato, negli ottanta, sugli schermi delle tv private.



La seconda regia (in realtà la prima - il film è stato girato nell'arco di dieci anni) è una pellicola più ambiziosa, Americana, inedita al cinema, recuperata e sottotitolata dalla Rai per le tipiche nottate cinefile: anche Americana è una piccola storia dai dialoghi sommessi e dai lunghi silenzi (un tipico film degli anni settanta, insomma). Carradine è un reduce dal Vietnam, un vagabondo senza fissa dimora che capita in una piccola città, e si impunta nel voler riparare – apparentemente senza alcuno scopo – la giostra di un luna park dismesso. Compiuta la sua missione, il vagabondo riprende il suo cammino.

È esattamente quello che ha fatto Carradine dopo che il film di Ashby sembrava averlo lanciato, oscar o non oscar, nella serie A, procurandogli un ruolo in un film di Bergman, L'uovo del serpente: l’attore ha tirato dritto per la sua strada (quella del cinema “alimentare” più facile, forse senza nemmeno leggere i copioni). E, molti anni dopo, nemmeno il tocco magico di Tarantino, già sperimentato con Travolta, ha funzionato su di lui.

A guardarsi indietro col senno di poi si può vedere quanto il ruolo nel film di Ashby sia stato profetico: nel suo peregrinare disinvolto dalla tivù al cinema definito “d’autore”, da dignitosi B–movie ai più infimi filmacci per le tv via cavo, David Carradine è stato un vagabondo del cinema. Un outsider irrequieto, tormentato, incapace di affezionarsi a ruoli o registi che avrebbero saputo valorizzarlo.

Kill Bill
a parte, forse il suo ultimo ruolo incisivo sul grande schermo è stato quello del fuorilegge Cole Younger nei Cavalieri dalle Lunghe Ombre di Walter Hill. Carradine trasforma il pittoresco, sanguigno bandito, capace di sopravvivere con undici pallottole in corpo, in un personaggio sornione, segnato da un ironico disincanto. Perfino nei momenti più drammatici fa affiorare un amaro sorriso, consapevole che, come canta James Keach sulle note di Ry Cooder, “the victory it goes to the strongest/ and only the strong will survive/ survival is living the longest/ but nobody gets out alive”.

Filmografia consigliata:

Anno 2000: la corsa della morte (Death Race 2000, 1975), di Paul Bartel
California 436 (You and Me, 1975), anche regia
Questa terra è la mia terra (This Land is Your Land, 1976), di Hal Ashby
L’uovo del serpente (The Serpent's Egg, 1977), di Ingmar Bergman
Messaggi da forze sconosciute (The Silent Flute aka Circle of Iron, 1978), di Richard Moore
I cavalieri dalle lunghe ombre (The Long Riders, 1980), di Walter Hill
Q–Il serpente alato (Q- The Winged Serpent, 1982), di Larry Cohen
Una Magnum per McQuade (Lone Wolf McQuade, 1983), di Steve Carver
Americana (id., 1983), anche regia
Kill Bill (id., 2003), di Quentin Tarantino

giovedì 4 giugno 2009

SO LONG, IT'S BEEN GOOD TO KNOW YOU

Addio, è stato bello conoscerti,
queste vecchie terre polverose stanno diventando la mia casa,
devo continuare il mio vagabondaggio.

Woody Guthrie, So Long, It's Been Good to Know You


giovedì 7 maggio 2009

STEINBECK


POST EDITATO

Se Seeds di Springsteen è stato lo spunto materiale per l’idea di Caravan, credo che Furore (The Grapes of Wrath) di John Steinbeck sia stata l’ispirazione a livello inconscio, dato che racconta di una famiglia in viaggio. È un romanzo che amo, l’ho letto per la prima volta da ragazzino e in seguito l’ho riletto più volte. D’altronde, Furore è stato di ispirazione anche per Springsteen, e quindi i conti tornano.

Non metto qui il video della ballad The Ghost of Tom Joad di Springsteen, già famosissima, e vi invito a scoprire invece l’album Dust and Dreams (1991). L’autore è il gruppo inglese dei Camel, forgiatosi nella vivacissima fucina di Canterbury. (Negli anni settanta il gruppo si avvalse anche della collaborazione di Richard Sinclair, fondatore – eh, già – dei Caravan). Dust and Dreams è dichiaratamente ispirato al romanzo di Steinbeck, per quanto musicalmente sia su tutt’altro versante rispetto al folk americano.



Il film tratto da Furore – realizzato nel 1940, appena un anno dopo l’uscita del libro – è ugualmente un capolavoro. D’altronde, i credits dicono tutto: diretto da John Ford, scritto da Nunnally Johnson, fotografato da Gregg Toland (quello di Quarto potere) e interpretato da Henry Fonda, John Carradine e Jane Darwell (vincitrice dell’oscar per la sua interpretazione di mamma Joad). Il film riserva un piccolo mistero: la versione proposta su DVD non si conclude con la fuga di Tom come l’edizione cinematografica che passa in tivù, ma con un finale “ottimistico” (non doppiato in italiano, ma soltanto sottotitolato): la famiglia Joad riparte verso Fresno, dove un annuncio promette “venti giorni di lavoro”, e mamma Joad esorta tutti a tenere duro. Personalmente preferisco il “vecchio” finale, con Tom che scompare sul profilo delle colline sulle note di Red River Valley. (Considerate che il finale del romanzo, per ovvi motivi di censura, non poteva essere proposto nel 1940). In ogni caso, qualunque sia il finale che presenta, il film è semplicemente Storia del Cinema. Se non l’avete visto, vi consiglio caldamente di non farvelo scappare.



Oltretutto, John Steinbeck ha avuto con il cinema un rapporto piuttosto intenso. Digitate “Steinbeck” su IMDB e scoprirete che la filmografia steinbeckiana conta più di una trentina di film, di cui alcuni firmati anche come sceneggiatore (tra cui il Viva Zapata! di Elia Kazan con Marlon Brando). Perfino Hitchcock ha tratto un film da un suo racconto, Prigionieri dell’oceano (Lifeboat).

Approfitto dell’occasione per citare un altro romanzo di Steinbeck, un altro dei miei romanzi (brevi) preferiti: Uomini e topi (Of Men and Mice), una tragica e struggente storia di amicizia tra due vagabondi che condividono il sogno di una fattoria. Nel 1992 Gary Sinise ne ha diretto e interpretato (a fianco di John Malkovich) un buon adattamento, sceneggiato da Horton Foote, apprezzato autore teatrale nonché sceneggiatore del Buio oltre la siepe.




Ultima annotazione: alla fine un legame diretto tra John Steinbeck e Caravan in un certo senso c’è, ed è proprio… un caravan. O meglio, un camper. Quello che lo scrittore ha condiviso con il barboncino Charley e raccontato nel libro In viaggio con Charley: il suo ultimo libro pubblicato in vita, l’ultima meta del suo viaggio terreno.



“Non sono le persone che fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone”
John Steinbeck