domenica 5 luglio 2009
UN'ALTRA INTERVISTA
Stavolta rispondo alle domande di Francesca Sassoli, per il sito www.affaritaliani.it, in questa pagina.
sabato 4 luglio 2009
F@##ING CONTINUITY!
Da Wikipedia italiana:
Continuity (in italiano continuità) è un termine inglese con cui si definisce, nelle opere di finzione, la coerenza e la non contraddittorietà nello svolgimento e sviluppo di eventi, situazioni e vite dei personaggi. Il termine si rifà al concetto matematico di continuità, che si applica ad una funzione intuitivamente "liscia", senza salti o sbalzi, ed è utilizzato per tutti i media, in particolare fumetti e telefilm.
Detto in altre parole, si dice che una serie a fumetti è "in continuity" quando in ogni episodio si tiene conto degli episodi precedenti. I protagonisti ricordano tutto ciò che hanno "vissuto" e si comportano di conseguenza, "in continuità", appunto, con le passate vicende.
Tex è il tipico fumetto "non in continuity". Nathan Never è "in continuity" (secondo Wikipedia è il personaggio italiano più simile alla formula editoriale americana, e probabilmente è vero).
Una delle prime domande rivolte al sottoscritto durante la presentazione al pubblico di Caravan è stata: “Ma Caravan è una serie in stretta continuity?”. Purtroppo lo è. Ma io la odio, la continuity. La odio prima di tutto da lettore, perché magari ti capita di leggere un episodio e di scoprire che in mano non hai niente, hai solo un mozzicone di storia che non inizia – perché è iniziata sei mesi fa – e che non finisce (perché finirà tra sei mesi).
Da quando i fumetti non solo li leggo, ma li scrivo, il mio odio per la continuity è cresciuto. Quando scrivo Dylan Dog, grazie al cielo (e a Tiziano Sclavi), per fortuna non ho problemi. Quando scrivo Nathan Never evito come la peste la continuity, e lascio agli altri (Antonio Serra in primis) il compito di portarla avanti.
D’altronde, il nostro direttore Decio Canzio ripete sempre che i più grandi successi della casa editrice sono due serie che ignorano la continuity: Tex e Dylan Dog. E almeno su queste, che ormai sono definite “maxi–serie”, non esiste una ragione pratica al mondo per usare la continuity.
Sia come sia, gli adoratori della continuity (al 99,9% ciechi adoratori del fumetto americano) non si rendono conto che la continuity stretta è una caratteristica del fumetto americano perché il fumetto americano ha caratteristiche tali da permetterla.
Un albo americano – 24 tavole in media – può essere realizzato in un mese, considerato che spesso gli sfondi non sono disegnati e il lavoro è diviso tra matitista e colorista. E se il disegnatore si accorge che sforerà, i tempi di lavorazione sono così brevi che è possibile realizzare in tutta fretta un fill–in, un albo “tappabuchi” fuori dalla continuity, e farlo uscire al posto dell'albo posticipato.
Ora, scusate la pedanteria, ma seguitemi mentre facciamo un po’ di conti: un albo italiano consta di 94 tavole, non di 24. Se ai tempi eroici un disegnatore come Renato Polese poteva realizzare un albo in tre mesi, oggi un disegnatore impiega non meno di otto mesi per realizzare quelle novantaquattro tavole. Notate che dico “non meno”. Più il tempo necessario per rileggere, correggere, scrivere il lettering. E infine stampare il tutto.
Insomma: salvo fortunate eccezioni, nel momento in cui leggete uno dei nostri albi sono passati almeno dodici mesi da quando il disegnatore ha posato la matita sulla tavola 1.
Un anno è un tempo maledettamente lungo, durante il quale può succedere di tutto. Per un mese si può anche tenere a bada il mondo esterno, procrastinando il procrastinabile fino alla consegna dell’ultima tavola. Per un anno questo non si può fare. Sperare che la sorte ti lasci in pace per farti completare un albo nei tempi programmati è spesso una penosa utopia.
Lavorando su una serie a episodi autoconclusivi come Tex o Dylan Dog, un disegnatore che “buca” una consegna non provoca grossi sconquassi. L’albo programmato viene sostituito con un altro. Non sempre è semplicissimo modificare la scaletta, ma diamine, i redattori sono là per quello.
Ovviamente, sostituire un albo in una serie in continuity non è possibile. Ogni albo deve uscire nel mese per cui è stato programmato. Nell’ambito di una miniserie, il ritardo in una consegna significa far slittare la data d’uscita dell’intera serie o, se la serie è già in edicola, "bucare" l'uscita mensile.
Dato che per una miniserie "in continuity" è necessario mettere al lavoro una decina di disegnatori (a meno di non avere un vero velocista, è difficilissimo che un disegnatore possa realizzare più di tre albi di una miniserie), occorre incrociare le dita e sperare che dieci persone, per un anno, non abbiano inconvenienti che rallentano il lavoro. Era John Lennon, se non sbaglio, che disse: “La vita è quello che ti accade mentre sei intento a fare altri progetti”. In vent’anni di professione ho visto storie interrotte per i motivi più svariati: malattie, traslochi, matrimoni, divorzi, incidenti domestici, ristrutturazioni, crisi depressive.
E se tutto fila liscio, comunque, esiste un altro problema pratico tipico delle miniserie: i disegnatori non lavorano tutti alla stessa velocità. Significa, per esempio, che ti ritrovi con il numero 5 più avanti nella lavorazione rispetto al 4. Dov’è il problema? Semplice: il disegnatore del 5 non ha a disposizione quegli elementi (quel determinato personaggio/ambiente/scena) che dovevano essere introdotti nel 4 per poi essere ripresi nel 5 e negli albi successivi. Quegli elementi, quindi, dovranno essere visualizzati dal disegnatore del numero 5, e sarà poi il disegnatore del 4 a regolarsi sul 5.
Moltiplicate questo problema per un numero n di volte (ripeto: disegnatori diversi, velocità diverse!) e aggiungete che, per esempio, dovete anche ricordare in quale vignetta compare l’auto di un certo personaggio. Cosa facilissima dopo avere scritto due o tre episodi della serie. Dopo averne scritti cinque, non ricorderete nemmeno in quale albo era comparsa l’auto di quel personaggio e lo farete disegnare su un camper. Ammesso che di quel personaggio ricordiate l’esistenza.
Uno degli albi di Caravan ancora in lavorazione deve assolutamente essere chiuso in pochi mesi. Ho proibito al disegnatore di ammalarsi. Appena ho finito di parlare al telefono con lui mi è arrivata un’e–mail da un altro disegnatore, quello che ha in mano l’episodio successivo: mi informava che aveva la febbre a 39°, ma nello stesso tempo cercava di tranquillizzarmi: “Cercherò di riprendermi in fretta. Tieni le dita incrociate”.
Se qualcuno viene a parlarmi in toni entusiasti della continuity, vi avviso che ho caricato la Colt 45 e non esiterò a premere il grilletto. Perfino con le dita incrociate.
Continuity (in italiano continuità) è un termine inglese con cui si definisce, nelle opere di finzione, la coerenza e la non contraddittorietà nello svolgimento e sviluppo di eventi, situazioni e vite dei personaggi. Il termine si rifà al concetto matematico di continuità, che si applica ad una funzione intuitivamente "liscia", senza salti o sbalzi, ed è utilizzato per tutti i media, in particolare fumetti e telefilm.
Detto in altre parole, si dice che una serie a fumetti è "in continuity" quando in ogni episodio si tiene conto degli episodi precedenti. I protagonisti ricordano tutto ciò che hanno "vissuto" e si comportano di conseguenza, "in continuità", appunto, con le passate vicende.
Tex è il tipico fumetto "non in continuity". Nathan Never è "in continuity" (secondo Wikipedia è il personaggio italiano più simile alla formula editoriale americana, e probabilmente è vero).
Una delle prime domande rivolte al sottoscritto durante la presentazione al pubblico di Caravan è stata: “Ma Caravan è una serie in stretta continuity?”. Purtroppo lo è. Ma io la odio, la continuity. La odio prima di tutto da lettore, perché magari ti capita di leggere un episodio e di scoprire che in mano non hai niente, hai solo un mozzicone di storia che non inizia – perché è iniziata sei mesi fa – e che non finisce (perché finirà tra sei mesi).
Da quando i fumetti non solo li leggo, ma li scrivo, il mio odio per la continuity è cresciuto. Quando scrivo Dylan Dog, grazie al cielo (e a Tiziano Sclavi), per fortuna non ho problemi. Quando scrivo Nathan Never evito come la peste la continuity, e lascio agli altri (Antonio Serra in primis) il compito di portarla avanti.
D’altronde, il nostro direttore Decio Canzio ripete sempre che i più grandi successi della casa editrice sono due serie che ignorano la continuity: Tex e Dylan Dog. E almeno su queste, che ormai sono definite “maxi–serie”, non esiste una ragione pratica al mondo per usare la continuity.
Sia come sia, gli adoratori della continuity (al 99,9% ciechi adoratori del fumetto americano) non si rendono conto che la continuity stretta è una caratteristica del fumetto americano perché il fumetto americano ha caratteristiche tali da permetterla.
Un albo americano – 24 tavole in media – può essere realizzato in un mese, considerato che spesso gli sfondi non sono disegnati e il lavoro è diviso tra matitista e colorista. E se il disegnatore si accorge che sforerà, i tempi di lavorazione sono così brevi che è possibile realizzare in tutta fretta un fill–in, un albo “tappabuchi” fuori dalla continuity, e farlo uscire al posto dell'albo posticipato.
Ora, scusate la pedanteria, ma seguitemi mentre facciamo un po’ di conti: un albo italiano consta di 94 tavole, non di 24. Se ai tempi eroici un disegnatore come Renato Polese poteva realizzare un albo in tre mesi, oggi un disegnatore impiega non meno di otto mesi per realizzare quelle novantaquattro tavole. Notate che dico “non meno”. Più il tempo necessario per rileggere, correggere, scrivere il lettering. E infine stampare il tutto.
Insomma: salvo fortunate eccezioni, nel momento in cui leggete uno dei nostri albi sono passati almeno dodici mesi da quando il disegnatore ha posato la matita sulla tavola 1.
Un anno è un tempo maledettamente lungo, durante il quale può succedere di tutto. Per un mese si può anche tenere a bada il mondo esterno, procrastinando il procrastinabile fino alla consegna dell’ultima tavola. Per un anno questo non si può fare. Sperare che la sorte ti lasci in pace per farti completare un albo nei tempi programmati è spesso una penosa utopia.
Lavorando su una serie a episodi autoconclusivi come Tex o Dylan Dog, un disegnatore che “buca” una consegna non provoca grossi sconquassi. L’albo programmato viene sostituito con un altro. Non sempre è semplicissimo modificare la scaletta, ma diamine, i redattori sono là per quello.
Ovviamente, sostituire un albo in una serie in continuity non è possibile. Ogni albo deve uscire nel mese per cui è stato programmato. Nell’ambito di una miniserie, il ritardo in una consegna significa far slittare la data d’uscita dell’intera serie o, se la serie è già in edicola, "bucare" l'uscita mensile.
Dato che per una miniserie "in continuity" è necessario mettere al lavoro una decina di disegnatori (a meno di non avere un vero velocista, è difficilissimo che un disegnatore possa realizzare più di tre albi di una miniserie), occorre incrociare le dita e sperare che dieci persone, per un anno, non abbiano inconvenienti che rallentano il lavoro. Era John Lennon, se non sbaglio, che disse: “La vita è quello che ti accade mentre sei intento a fare altri progetti”. In vent’anni di professione ho visto storie interrotte per i motivi più svariati: malattie, traslochi, matrimoni, divorzi, incidenti domestici, ristrutturazioni, crisi depressive.
E se tutto fila liscio, comunque, esiste un altro problema pratico tipico delle miniserie: i disegnatori non lavorano tutti alla stessa velocità. Significa, per esempio, che ti ritrovi con il numero 5 più avanti nella lavorazione rispetto al 4. Dov’è il problema? Semplice: il disegnatore del 5 non ha a disposizione quegli elementi (quel determinato personaggio/ambiente/scena) che dovevano essere introdotti nel 4 per poi essere ripresi nel 5 e negli albi successivi. Quegli elementi, quindi, dovranno essere visualizzati dal disegnatore del numero 5, e sarà poi il disegnatore del 4 a regolarsi sul 5.
Moltiplicate questo problema per un numero n di volte (ripeto: disegnatori diversi, velocità diverse!) e aggiungete che, per esempio, dovete anche ricordare in quale vignetta compare l’auto di un certo personaggio. Cosa facilissima dopo avere scritto due o tre episodi della serie. Dopo averne scritti cinque, non ricorderete nemmeno in quale albo era comparsa l’auto di quel personaggio e lo farete disegnare su un camper. Ammesso che di quel personaggio ricordiate l’esistenza.
Uno degli albi di Caravan ancora in lavorazione deve assolutamente essere chiuso in pochi mesi. Ho proibito al disegnatore di ammalarsi. Appena ho finito di parlare al telefono con lui mi è arrivata un’e–mail da un altro disegnatore, quello che ha in mano l’episodio successivo: mi informava che aveva la febbre a 39°, ma nello stesso tempo cercava di tranquillizzarmi: “Cercherò di riprendermi in fretta. Tieni le dita incrociate”.
Se qualcuno viene a parlarmi in toni entusiasti della continuity, vi avviso che ho caricato la Colt 45 e non esiterò a premere il grilletto. Perfino con le dita incrociate.
mercoledì 1 luglio 2009
ALICE IN FUNLAND
Dopo parecchio tempo ho scritto un articolo per il sito. Ero indeciso se metterlo nel blog, ma dato che parla di vita vissuta e non di fumetti, alla fine ho optato per il sito, che ha una sezione dal fantasioso titolo "Altro". Oltretutto dovevo qualche spiegazione ai miei amici, a cui ho comunicato un numero di telefono che ho cancellato dopo pochi giorni. Se vi interessa sapere il perché, andate sul sito e leggete Alice nel paese della cuccagna. E che Lewis Carroll mi perdoni.
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